Memorie Coriglianesi: l'assassinio che sconvolse il centro storico e la sua gente

 

La cronaca riporta quotidianamente, da ogni latitudine e senza un perché, efferate notizie. Delitti e tragedie, deliberatamente portate a compimento o per avversità della sorte. Fatti che destano scalpore nella pubblica opinione, generando talvolta sentimenti di rabbia e indignazione, talaltra di corale commozione. La storia di Corigliano Calabro è ricca di vicende di cronaca, alcune note, altre assai meno. A consegnarle ai posteri ci hanno pensato gli storici locali, nonché le pagine dei giornali d’epoca.

Emblematico è il caso accaduto nel lontano 30 giugno del 1888, raccontato mirabilmente da “Il Popolano” nel n. 13 datato 8 luglio di quello stesso anno. È la narrazione di un triste avvenimento che funestò la città e la gettò nel totale sconforto.
“Si era ancora tra le 4 alle 6 e delle voci lamentevoli annunziavano l’uccisione di un uomo, poco fuori dell’abitato, sulla via che mena a Rossano. La gente, a misura che usciva di casa, si riversava sul luogo dell’avvenimento, ansiosa di sapere chi fosse l’ucciso, chi l’uccisore, quali i particolari del fatto. Giunti là, si vedeva disteso in mezzo alla strada Margherita, il cadavere di Salvatore Amato, immerso ancora nel proprio sangue, due Carabinieri vi stavano a guardia; un cerchio di curiosi dattorno, l’uccisore, tal Francesco Pinto, erasi di già allontanato. Naturalmente tutti i discorsi non trattavano d’altro, e quei pochi, che si eran trovati spettatori del fatto, lo narravano ai sopravvenuti, ma non si sentiva ripetere altro che: Ha voluto proprio morire!”.
Quali le “motivazioni” che avevano indotto l’uomo a commettere l’assassinio?
“Per voluta mancanza nella misura di certo frumento, nei giorni precedenti, erasi accesa quistione tra la madre dell’uccisore Pinto e l’ucciso Salvatore Amato; e poiché le parole sono come le ciliege, delle parole se ne dissero più del necessario. L’Amato, di natura troppo biliosa, concepì forse in cuor suo il pensiero di dare una lezione al Pinto, cui attribuiva delle parole contro l’onore di sua moglie. E nel pomeriggio del 29, visto il Pinto in Piazza del Popolo, attacca briga con lui, e, tratto il coltello, cerca slanciarsegli furiosamente contro, ma vien trattenuto, e così passò quel giorno. La notte seguente le campane a stormo e la tromba del pubblico banditore danno l’allarme per essersi manifestato un grave incendio fra i fondi olivetati dei signori Compagna, Solazzi e Fino, e fra i molti accorsi vi è pure il Salvatore Amato. Ognun avrebbe creduto che il sonno perduto, la fatica durata e il tempo trascorso avessero dovuto calmare l’animo di lui: ma non fu così. Egli portava sempre seco il germe del furore, la sua idea fissa era Pinto! E così narrasi che, preparandosi un palo sul luogo dell’incendio, avesse detto che quello gli serviva per far carne; che incontrato per via un gualano del Pinto, domandandolo del padrone, gli avesse detto: oggi non verrà certo a trebbiare; e poi ad altri che gli avrebbe strappato il naso con un morso. Giunge intanto sul far del giorno in paese, e subito scorge il Pinto che sta per andar in campagna per la stessa via. Lo aspetta dietro il posto del Dazio, ed appena se lo vede vicino gli salta addosso, lo avvinghia fra le sue braccia nerborute, gli da un morso, e, invece del naso, gli strappa un brandello di carne dalla faccia. Ne segue una colluttazione: alcuni accorrono e li dividono; ma mentre dice di andarsene, l’Amato prende quel legno che aveasi preparato e dà colpi da orbo al Pinto. Vistosi costui in mal punto, si ricorda avere una rivoltella, e tira i primi colpi a vuoto per intimorire l’avversario. Ma questi non teme le palle e s’inoltra sempre. Pinto indietreggia, tira un altro colpo e ferisce, poi un altro e un altro ancora, ma Amato, col polmone forato, non si dichiara vinto, e giunge ad avere un’altra volta tra le sue braccia il Pinto, che cerca ferire con un coltello. Cadono l’uno e l’altro a terra, si rialzano, ma all’Amato non reggono più le forze, e, dopo poco, resta freddo cadavere in sulla via. Così finì l’Amato la sua giovine e vigorosa esistenza, di cui si prevalse troppo, e fu suo danno. Nel pubblico e generale credenza che egli abbia voluto morire e che il Pinto sia stato costretto a tal passo”.
Fin qui la cronaca dell’accaduto, del quale si continuò a lungo parlare negli anni che seguirono. Fatto di sangue, d’allora come ne avvengono tanti, purtroppo, ancor oggi, e che, pur condannando il gesto, portano i più ad esprimere opinioni e a schierarsi per una parte o per l’altra.
Fabio Pistoia 

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