Tempo di Guerra-Il ritorno di Ciccio dalla prigionia tedesca


(Pubblicato dal quotidiano “il Giornale” del 29 Dicembre 2018)

Adorata mamma.Così cominciavano le lettere che mio cugino Ciccio scriveva dalla prigionia in Germania. Erano sì indirizzate alla famiglia,a Vaccarizzo Albanese, ma si rivolgeva sempre alla mamma,unico principale interlocutore nel momento più drammatico della sua vita.

 Nel momento della sofferenza riscopriva nella mamma il riferimento affettivo della sua esistenza,che diventava il destinatario del racconto dei suoi patimenti,anche se, spesso,mascherati da giovanile ottimismo che mIrava a mitigare la sequenza delle sue traversie per non dovere aggravare ulteriormente lo strazio di una mamma che, tuttavia,con un sesto senso di soprannaturale intuizione, percepiva anche ciò che lui non scriveva.
Ciccio era stato fatto prigioniero in Grecia,a Corinto,dove si trovava l’otto settembre del 1943,a seguito di,quella pagliacciata che fu il Proclama di Badoglio nell’annunciare la firma dell’armistizio.Era facile capire che i nostri soldati, privi di direttive,erano alla mercè degli ex alleati tedeschi. E Ciccio mi raccontava,spesso,che bastarono un sergente ed un capitano tedeschi a fare progioniera la guarnigione italiana di Corinto,al completo,senza opporre resistenza.. Non ebbe nemmeno la possibilità di dare un ultimo bacio di commiato alla “fidanzata” Dimitrula,arvanita (Gjegja) di Corinto,figlia di un papàs ortodosso che lo aveva preso a ben volere per l’affinità linguistica e la comune fede religiosa che lo rendevano gradito e accettato in casa. E poi...era un bel ragazzo.
E Ciccio non disdegnava assistere alla messa domenicale, officiata da quel papàs,nel rito bizantino che gli era molto familiare,ricordandogli alla perfezione quella di Vaccarizzo. Era molto benvoluto,specie dai greci arvaniti,coi quali familiarizzava oltre che per la facilità di capirsi parlando lo stesso albanese,anche per la comunanza di carattere e di senso dell’umorismo che favorivano gli approcci.


 Furono incolonnati e caricati su “carri bestiame” ferroviari senza nemmeno essere avvertiti della destinazione. Alla prima fermata intuirono che erano arrivati a Budapest quando,aperti i portelloni,potettero scambiare qualche parola con i civili che,incuriositi, erano corsi a vederli. Erano in gran parte donne,incuriosite dalla notizia che erano italiani,e li osservavano con grande benevolenza e simpatia,non mancando di offrire del pane,il buonissimo e famoso pane ungherese,forse il più saporoso del mondo, in quelle forme gigantesche che superavano i due chili. E quando partirono,unico rimpianto furono quelle belle donne e...quel pane.
E fu l’ultimo,unico,bel ricordo di quella triste trasferta. Alla fine di quell’avventuroso viaggio,finalmente,seppero qual era la destinazione:Brema,nella Germania del Nord, sulla riva del Weser,alla cui foce c’è Bremerhaven,che prende il nome dal Porto di Brema. Per meglio,capirci,siamo,nella storica ambientazione della favola “Il flauto magico” dei fratelli Grimm,la cui scenografia è,appunto il fiume Weser e Wesermunde, la città che oggi è stata assorbita dalla più consistente Bremerhaven.
Ma ciò che li aspettava non era l’incantato mondo di quella famosa favola,ma la triste squallida realtà delle baracche del lager. E quì occorre precisare che,pur trattandosi di prigionia in un lager,godevano di una certa libertà di movimento che, era inimmaginabile nei lager,come dipinti nell’oleografia. Quei prigionieri venivano utilizzati ricorrentemente per i lavori di sgombero delle macerie causate dai devastanti bombardamenti alleati e,quindi,soggetti ad un controllo molto labile,vista la necessità della loro insostituibile prestazione che riscuoteva la riconoscenza dei padroni degli immobili danneggiati,per il prezioso recupero che effettuavano delle loro suppellettili e,talvolta,anche di preziosi e oggetti di valore.
Ma il momento più gioioso lo vivevano quando erano mandati a scaricare le navi mercantili che attraccavano nel porto di Bremerhaven.Ognuno di loro era munito del gancio degli scaricatori di porto,quello dei “camalli” genovesi,tanto per intenderci.E quel gancio era il simbolo di un loro privilegio,poichè agganciavano di tutto,specie merce che non esisteva sul mercato tedesco,come caffè, cioccolata, zucchero,sigarette ed altre rarità del momento, che erano destinate unicamente agli alti comandi militari, ai quali veniva riconosciuto un meritevole compenso extra per i compiti che svolgevano. Ma Ciccio ed i suoi compagni riuscivano,durante le operazioni di scarico,ad impossessarsi di un certo quantitativo di quella merce preziosa che poi,con abile maestria,riuscivano a permutare con i civili in cambio di generi alimentari di prima necessità.
Insomma,se è vero che soffrirono la fame,ridotti persino, a volte,a recuperare tra i rifiuti dalla spazzatura le bucce di patate,è pur vero che,imparata la lezione,in seguito, seppero gestire con oculatezza il ricco bottino che poi, opportunamente scambiavano coi civili,evitando,così, lunghi periodi di fame.
Spesso,nei momenti di relax,mi raccontava alcuni degli episodi più significativi di quella forzosa permanenza. Di quella volta che nella stiva della nave si trovarono di fronte a delle scatole di latta da scaricare,prive di diciture. Si fecero coraggio,ed il più spregiudicato colpì con la punta del gancio quel contenitore.Ne seguì un sibilo ed un fuggi fuggi generale,perchè aveva le caratteristiche di una imminente esplosione.Ma ,dopo Il primo attimo di sconcerto si riavvicinarono e fecero la meravigliosa scoperta.Quelle scatole,contenevano preziosissime sigarette,confezionate sotto vuoto,per evitare che il clima umido del mare ne alterasse l’aroma e creasse sgradevoli muffe.
Il sibilo era dovuto all’aria che,attraverso il foro creato dal gancio,entrava violentemente nella scatola di latta. E fu la volta che le loro ampie tute da lavoro divennero capaci contenitori,munite com’erano di robusti elastici alle caviglie,alla cintola ed ai polsi. E,ancora,di quella volta che si trovarono a scaricare dei cartoni pieni di scatolette che,lì per lì,credettero di carne. E Ciccio,convinto di eludere la vigilanza del soldato di guardia,cominciò a riempire la giubba della tuta con quel “ben di Dio”.Ma il tedesco,che poi tanto fesso non era,gli si avvicinò e lo colpì un paio di volte col calcio del fucile sulla schiena,esclamando,con molto ostentato disprezzo, ”italienisch macaroni”.E si rese conto che aveva rischiato troppo,più di quanto meritava,trattandosi non di “boites“ di preziosissima carne,ma di banali scatole di conserva di pomodoro,il cui pregio non andava aldilà di condimento.
In altri termini,riuscivano a godere di un benessere che i civili tedeschi non sognavano minimamente. E spesso,ai bordi del campo,si formavano code di donne tedesche che offrivano beni alimentari di prima necessità in cambio di ricercatezze da tempo di pace. E non è azzardato dirvi che frequentemente nascevano legami sentimentali con quelle bionde “Walkyrie” che si può capire quanto “pativano” per l’assenza di mariti impegnati al fronte. Ed anche sotto questo aspetto svolsero una funzione che mitigò ulteriormente certe privazioni reciproche che andavano ben aldilà dei ...beni di consumo. E quando tornò,Ciccio,non aveva per nulla l’aspetto del reduce malnutrito per i patimenti subiti nel campo. Addirittura,nel suo grosso zaino,c’era di tutto e di più. Intanto indossava pantaloni corti di pelle scamosciata, quelli in stile germanico da festa della birra.E poi non vi dico quel che tirò fuori da quello zaino. Una tenuta di pantaloni e giaccone in pelle nera,foderati con calda stoffa di lana,in uso agli ufficiali della Marina tedesca nei mari del Nord,che poi si rivelò preziosa,una volta in Itala,d’inverno,quando guidava la motocicletta. E delle elegantissime scatole di legno con sigari finissimi, e persino un set di posate d’argento.
Insomma,più che un reduce dalla prigionia,sembrava un emigrato che,tornato dall’America.p,apriva i ...bauli. Ma quel che resta impresso nella mia memoria è il ricordo del suo arrivo a casa. La guerra era finita nel maggio del 1945,ed eravamo già in luglio,ma le ultime sue notizie,tramite la Croce Rossa, risalivano al Novembre del 1944. Mi trovavo,come tutte le estati,a casa degli zii,a Vaccarizzo Albanese.
L’autobus,che collegava con lo scalo ferroviario di Corigliano, di solito faceva capolinea a Vaccarizzo dopo aver servito gli altri paesi albanesi,San Demetrio,Macchia e San Cosmo. Quindi l’arrivo a Vaccarizzo doveva avvenire,come di consueto, verso le 17. Solo in casi molto eccezionali invertiva il percorso servendo prima Vaccarizzo e facendo capolinea a San Demetrio. Quel giorno,di quel Luglio,si sentì nelle calme ore di un afoso pomeriggio,il rombo,inconfondibile,di quell’autobus,provenire non dalla direzione San Demetrio ma da direzione Corigliano. Il che voleva dire,per una mamma,e solo per le sensibili antenne di una mamma,che l’inusuale cambio di percorso e di orario,significava una straordinarietà di rilievo. E zia Marietta,che ormai da anni sognava quel momento, fermò il suo affaccendarsi,sollevò il capo e con le orecchie tese a meglio interpretare quel rombo,esclamò,con grande meraviglia di tutti noi bambini:”Ciciluzzi”.
Noi la guardammo increduli,inconsapevoli delle risorse di una mamma quando sono in gioco i suoi affetti. E lei,se pur lenta nei movimenti,tentò una sortita per andare “incontro al figlio” fidando solo nel suo intuito.Ma non fece in tempo a scendere i primi gradini che già era tra le braccia di Ciccio.E per ore restarono seduti indisturbati e abbracciati, a raccontarsi,senza parole,lo strazio della lontananza. E di quel dialogo senza parole,tutti capimmo,comunque,quel che si volevano dire,e che non si dicevano,ma che,facilmente, s’intuiva.
La cosa più loquace erano le lacrime di zia Marietta e la gioia di Ciccio a farsi “coccolare”,come da bambino,dalla sua ...adorata mamma.

Ernesto SCURA

 

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