Corigliano e le tradizioni del Capodanno di una volta: riti, magie e “a štrina”


Non è bello, e forse finanche avvilente, ridurre le festività natalizie ad un esclusivo fattore estetico e commerciale. Trascurare le sue origini, il suo più vero e autentico significato, ossia quello intimamente religioso, costituisce offesa irreparabile alla storia, alle tradizioni, ai saperi ed ai sapori di un tempo che non è più ma che, tuttavia, continua ad albergare nei cuori di tanti.

È partendo da tale semplice considerazione che reputo opportuno riproporre, in questi giorni di comunione e condivisione di letizia all’insegna degli affetti più cari, come già avvenuto giorni addietro, uno scritto di Maria Chiaradia, già pubblicato sul mensile “VetaraNova”, che rappresenta uno straordinario spaccato di vita coriglianese. Maria Chiaradia è una donna colta e sensibile, cultrice della scoperta (e riscoperta) della Corigliano di una volta, dei suoi segreti e delle sue usanze; un impegno che questa nostra concittadina porta avanti senza fronzoli e ostentazione, e perciò merita di essere ancor più divulgato e fatto apprezzare.

Gennaio, per i coriglianesi, era un mese pieno di simboli, di leggende, di riti magici, che venivano vissuti e tramandati. Da piccola li ho visti formulare alle anziane del mio vicinato, nella mia famiglia, alle ragazze più grandi di me ed ero attenta a viverli, perché avevano il potere di evocare la buona fortuna, di sprigionare una sorta di magia, che ci accompagnava per tutto il mese e oltre. Formulare i riti significava accendere la speranza che l'anno nuovo sarebbe stato foriero di cose belle e buone. Ogni rituale era all'insegna del buon augurio, era evocativo ed esorcizzava le paure della gente. Da quando non vivo più nella mia amata ‘vinella’ alcuni rituali vivono solo nella mia memoria e nel mio cuore, altri, invece, come una preghiera e un canto antico, li faccio vivere, sperando di tramandarli ai miei nipoti, affinché si innamorino delle tradizioni della nostra terra e dei nostri avi. La notte di Capodanno era consuetudine buttare dalla finestra piatti e bicchieri scheggiati, priciegni vieĉĉhi chi a ra chesa ‘un sirbìvini ĉĉhiù. Buttare via gli oggetti vecchi rompendoli era un gesto simbolico, affinchè gli eventi poco belli, le difficoltà lavorative, i malesseri fisici ed esistenziali vissuti nell'anno che finiva si frantumassero in mille pezzi. Quei pezzi rotti e oscuri venivano affidati all'anno vecchio, affinché li portasse via. Nella vinella il rumore ‘i ri botticelle, ‘i ri tric trac spareti a ru ‘ndinni ‘i ra menzannotta, si confodeva con quello dei piatti e dei bicchieri, che, dopo il volo, si infrangevano a terra, tra le urla festose dei ragazzi, che facevano a gara a chi ne rompeva di più e a chi li faceva volare più in alto. Dalle finestre e nelle case volava anche un velo di zucchero per augurare che l'anni nuovi arrivassa dduci ruci e dduci fussa ppi ttutti l'anni. Un po’ prima che scoccasse la mezzanotte, nelle case si svolgeva un altro rituale: si spazzava ogni stanza con accortezza, come se spazzando il pavimento si purificasse la casa dalle cose brutte e dolorose, dall'invidia, dalle amarezze, dalle difficoltà economiche, ‘i ru mal'uoĉĉhi ‘i ra ggenta, dagli influssi negativi. Mentre si spazzava, si diceva all'anno vecchio: "Sciò, sciò, portatilli cu ttija, fori ‘i ra chesa mmija". Dopodiché si accendevano le luci nelle stanze, si aprivano le porte, per accogliere il nuovo anno: "Bbuoni vinuti, ca vo viniri cuntienti, ccu ri bbuoni risigni, ccu ra pecia, ‘a saluta e ll'anni luonghi". Delle notti di capodanno vissuti in Vico Secondo Municipio ricordo anche lo scoppiettio ‘i ri frijapisci e dd’i ggirelli, che, bruciando nelle nostre mani, disegnavano nell'aria dei cerchi e facevano cadevano cascate di stelline d'argento, che illuminavano la penombra della vinella; era uno spettacolo incantevole che accendeva gli occhi di meraviglia e faceva cantare il cuore. Ricordo anche che, nel cuore della notte, venivamo svegliati dalle voci degli amici di mio padre, che, con il suono della chitarra battente ‘i Zù Nardi ‘a Cuntenta e del mandolino ‘i Maštru Ruminichi ‘i l’armacheti, portavano la serenata a casa nostra:
Amichi, ghija mi piji cumpirenzia
‘mperi la porta ti viegni a ccanteri.
A ru scaluni fazzi rivirenza
puri li muri vuoji saluteri.
Avanti saluti a ttija ri gran putenza
e ppu a Maronna chi t’ha dd’ ajutari.
T’ha dd’aiuteri Ddii a ogni scarenza
cuma ajuta ra varca ‘mmienz’u meri.
Chist'anni ghè nnivicheti a ra murtilla
ca ti vuoni steri bbuoni i picciulilli.
E mmo ch’è nnivicheti a ra muntagna
ca ti vò steri bbona ‘a cumpagna.
Si t’he’ rutti ‘u suonni mi cunpiatisci,
ti ggiri a ll’autri leti e tt’addurmisci.
E mio padre, puntualmente, apriva la porta, per farsi un bicchiere di vino con gli amici e ringraziarli per la serenata. Di quelle serenate ne ho nostalgia e nell'anima risento ancora l'eco, la bellezza e la poesia. ‘U juorni ‘i ra prima ‘i l'anni, di mattina, come ogni anno, dalla chiesa di San Giovanni, ghisciva ru Bbomminielli a ccircheri ‘a štrina. Era un Gesù Bambino bellissimo, ‘i quattri/cinc’anni, con i capelli lunghi a boccoli e la veste di seta trucchina, ccu ru sacchittielli a ru cuolli e ‘na palla ‘i gori ‘ntr’ì meni. Noi bambini, cum’u Bbomminielli, ccu ru sacchittielli ‘i tila e ra cordicella attaccheta a ru cuolli, seguivamo la processione da Via Carso, passando per la Portella, fino all'Acquanova. Arrivati in Piazza del Popolo, lasciavamo tutto e tutti per dare vita al rito a noi caro. Andavamo, casa per casa, dai padrini, dai nonni, dagli zii, dagli amici più cari, ccu ru sacchittielli a ru cuolli, a fare gli auguri per il nuovo anno e a ricòĝĝhiri ‘a štrina, ripetendo la strofa magica: Prim’i misi, prim’i l'anni, famm’a štrina ca ghè capiddanni. Casa dopo casa, ‘u sacchittielli si ghinĉhiva ‘i cienti e ddi cinchicienti liri di metallo che, camminando, facevamo suonare ‘ntinni ‘ntinni", come una musica rara”.

Fabio Pistoia

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