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Memorie Coriglianesi: rione Ariella, dai banchetti dei monaci a collina dell’amicizia


Rione Ariella, nel cuore di quanti hanno vissuto o comunque frequentato il centro storico cittadino, ha un fascino particolare. Per molti luogo dell’infanzia e dell’adolescenza, la zona, ove ancora oggi risiedono numerosi nuclei familiari, è associata nella memoria collettiva allo storico bar-ricevitoria Scorzafave ed alla presenza di altre attività commerciali, alla sede per decenni degli Uffici comunali, al Liceo Classico rimasto lì fino a pochissimo tempo fa.

Via Aldo Moro, per tutti appunto “l’Ariella”, è uno dei simboli della comunità, oggi purtroppo priva della vitalità di un tempo, alla stregua di tutti gli altri che hanno visto il borgo antico protagonista di un fulgido passato. Un fascino che caratterizza la stessa storia di questa collina, dove, per secoli, si erigeva un grande bosco di cerri di proprietà dei Padri Brasiliani del Patire che, da novembre a marzo-aprile di ogni anno, venivano a svernare nel vicino piccolo convento adiacente alla cappella di S. Maria della Jacina.
L’evoluzione del rione Ariella va di pari passo con quelle che sono le esigenze, frattanto mutate col trascorrere del tempo, e la conseguente conformazione geografica. In alto della collina, difatti, sulla cima del Cozzo del Vernuccio, alla fine del Quattrocento i Padri Brasiliani costruirono un piccolo convento-ospedaletto, che fu chiuso durante la grave recessione amministrativa e finanziaria dell’Abbazia del Pathire, allorquando furono dismesse molte delle sue proprietà terriere. L’Ariella non rientrò nei primi lotti delle dismissioni, perché i terreni circostanti avevano un buon indice di valorizzazione agricola e quindi garantivano una discreta rendita proveniente dagli uliveti, dai vigneti e dai cosiddetti “Jardini”, che si estendevano sino al torrente Coriglianeto.
“Ai piedi dell’Ariella – racconta il prof. Giuseppe Franzè – serpeggiava la carreggiata della strada di Lecco verso Rossano, mentre la Cappella della Jacina ed il convento dei Cappuccini erano collegati con semplici mulattiere. La Badia, costruita nel Seicento accanto alla Chiesa di S. Luca sul Serratore, divenne la residenza dei Brasiliani più culturalmente evoluti e la piccola residenza della Jacina fu riservata ai monaci meno alfabetizzati, che si interessavano in prevalenza della gestione economica di alcune piccole aziende sopravvissute alle folli vendite del grande patrimonio terriero dell’Abbazia. Sul pianoro dell’Ariella questi monaci organizzarono per decenni, nel mese di maggio, grandi ed assortiti banchetti di ringraziamento alla presenza dei loro benefattori e dei fattori delle loro aziende. Tra le specialità gastronomiche primeggiarono sempre il pollo arrotolato nella creta e cotto alla brace su mattoni di terracotta ed il cinghiale del Pathire di pochi mesi arrostito in una capanna di rami secchi con legno di ulivo e rami resinosi di pino per insaporire la carne con l’affumicazione. Altra ineguagliabile leccornia le forme di formaggio pecorino, che venivano forate all’interno per poi inserire frammenti di ricotta affumicata. Il vino rosso era quello frizzante di Viscano della Jacina ed alla fine, dopo ore di abbuffate, i monaci servivano ciotole di tisane fatte con le loro erbe digestive del Pathire”.
Spaccati di incontri conviviali che ben rendono, tra curiosità e simpatia, la serenità dei partecipanti e il clima di concordia che aleggiava all’Ariella, da sempre fucina di socialità e amicizia, gioia di vivere e condivisione di giochi, studi, passioni.

Fabio Pistoia

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