Crati, Don Cosimo Galizia: «Fate presto e fate in fretta»

Questo era il messaggio perentorio che io, insieme alla comunità di Thurio e Ministalla, avevamo espresso in maniera accorata e preoccupata all’indomani dello straripamento del fiume Crati, in quella terribile notte del 27 novembre 2018. Non c’è bisogno di ricordare i dettagli, ancora impressi nella mente di chi quegli attimi di terrore li ha vissuti sulla propria pelle.

Ma giova urlare alle orecchie di chi proprio non vuole sentire che in quell’esondazione morirono centinaia di capi di bestiame e alcune famiglie persero ogni cosa, trascinata via dalla furia impetuosa di un fiume che non ha alcuna colpa, se non fare il suo corso.
Solo per una fortunata coincidenza o forse, quasi certamente, per volere divino quella notte non ci fu un tributo umano a pagare per l’incuria di chi avrebbe dovuto vigilare e tutelare la vita di una comunità che sempre più spesso ormai è abbandonata a sé stessa.
Ebbene, a distanza di due anni e mezzo, e sottolineo DUE ANNI E MEZZO, siamo nuovamente nella stessa situazione, a riportare danni, paura, rabbia (più che legittima) perché il fiume Crati, ingrossatosi all’inverosimile a causa delle piogge incessanti, ha nuovamente rotto gli argini ormai degradati, consumati, erosi dal tempo, invadendo terreni, aziende e abitazioni.
Da uomo di chiesa prima e da cittadino poi, dire che sono indignato è ben poca cosa. Non esiste un termine adeguato a poter esprimere lo sdegno, la rabbia e l’umiliazione che affligge me e tutti i miei parrocchiani.
Ma ci rendiamo conto? Sono anni che si gioca sulla pelle di cittadini onesti che non hanno nessuna colpa. Dove dobbiamo arrivare? A far la conta di vite umane?
Perché la percezione che si ha è proprio questa: si sta aspettando la tragedia più grande per poter poi cospargersi il capo di cenere.
Io ricordo la passerella di politici di ogni colore in quei giorni, le tante promesse delle istituzioni, i paroloni, i discorsi pieni solo ed esclusivamente di belle parole.
Cosa è stato fatto nella realtà? Nulla. Assolutamente nulla, se non i soliti interventi tamponi che servono solo a lavare la faccia temporaneamente.
Ieri e oggi lo scenario è pressoché uguale a quello di due anni fa. Aziende tracimate, allagate, animali costretti a fuggire, persone disperate e incredule per il menefreghismo di chi fa orecchie da mercante.
È facile dalle comode poltrone parlare. È facile per chi lo stipendio lo percepisce all’asciutto dire agli altri di avere pazienza.
Di pazienza ne hanno avuto fin troppa e mi sento assolutamente dalla loro parte se si arriverà a qualche azione forte come in passato.
Dio è clemente, non abbandona i suoi figli, ha teso le sue mani per ben due volte ai miei parrocchiani, proteggendoli e preservandoli. E così farà sempre.
Ma anche la pazienza di Dio finisce prima o poi. E se guarda in questo pezzetto di mondo che sono le contrade di Thurio e Ministalla, penso che anche Lui si vergogna di come sono state ridotte dall’incuria delle istituzioni e dal facile eloquio della politica.
Fate presto e fate in fretta. Per favore. Siamo tutti stanchi di elemosinare ciò che è dovuto di diritto.
Don Cosimo Galizia

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