Ostetrici e ginecologi sul piede di guerra

Promossa una protesta nazionale per il 12 febbraio. Per quel giorno saranno sospese tutte le attività non urgenti. La cosa è clamorosa, poiché si tratta del primo sciopero di settore nella sanità. A scatenare la protesta sono le condizioni proibitive in cui si trovano ad operare migliaia di lavoratori,

dopo i tagli sconsiderati fatti alla sanità, da un lato, e gli eccessi dei contenziosi medico-legali, giunti ormai a livelli insostenibili, dall’altro.

Le richieste principali, che vengono avanzate, sono legate alla garanzia degli investimenti nella sanità, con l’impegno di attuare concretamente la riforma dei punti nascita.

Come si sa, tra i vari provvedimenti, per ridurre le spese sanitarie, c’è anche la riforma dei punti nascita, che prevede la chiusura di quelli più piccoli, considerati meno sicuri.

Intanto questo provvedimento è stato applicato in pochissimi casi, perché la chiusura di un punto nascita provoca malumori nell’elettorato e le clientele politiche ne risentono. D’altro canto, un grande afflusso di utenza, su un unico punto nascita, richiede l’adeguamento di questo alle nuove esigenze, cosa che quasi mai è stata fatta. Pertanto succede che, come a Corigliano, gli operatori si trovano a fronteggiare richieste spesso raddoppiate, con posti letto addirittura dimezzati e. con un numero di unità lavorative inadeguate, soprattutto personale infermieristico, difficile da spostare da un ospedale ad un altro, L’altra questione è quella dei contenziosi medico-legali. Negli ultimi anni le cause civili e penali, che vedono coinvolti ginecologi e personale sanitario, sono diventate migliaia, alimentate da gravi episodi di malo giornalismo e dall’avidità di tanti azzeccagarbugli. I dati raccolti in 90 procure italiane, per altro, dicono che il 98,8% dei casi è archiviato, senza nessuna condanna per gli operatori. Nonostante il clamore e le pressioni mediatiche.

A questa situazione, fanno da contraltare, da una parte l’aumento spropositato del costo delle polizze assicurative e dall’altro il boom di esami, per lo più inutili, prescritti dai medici al solo scopo di cautelarsi da eventuali contenziosi medico-legali, che costano alla comunità circa 14 miliardi di euro all’anno, da sommare a quelli spesi dallo stato per garantire l’espletamento delle procedure della giustizia, che pure deve fare il suo corso, quando, a giusta, ma molto più spesso ingiusta ragione, viene chiamata in causa.

Se non si cambiano al più presto atteggiamenti e strategie, lo sfascio totale della sanità è davvero dietro l’angolo. E non è un mero problema di risorse economiche.

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