di Dott. Giovanni Noè
I recenti episodi legati alla movida di Corigliano-Rossano interrogano genitori e comunità. La violenza può esplodere in pochi secondi, ma talvolta è preceduta da mesi di rabbia, distanza e silenzi.
È sabato sera. Nei locali e nei luoghi di ritrovo di Corigliano-Rossano ci sono musica, gruppi di amici e ragazzi che vogliono divertirsi. Poi uno sguardo interpretato come una provocazione, una parola di troppo, una spinta. Qualcuno reagisce, gli amici si avvicinano e, in pochi secondi, una serata come tante diventa uno scontro.
Quando accade, ci chiediamo come sia stato possibile. Invochiamo più controlli, pene severe e maggiore responsabilità da parte delle famiglie. Sono richieste comprensibili: i ragazzi devono poter frequentare i luoghi del divertimento senza paura e chi sbaglia deve rispondere delle proprie azioni.
Ma forse la domanda più importante è un’altra: quello scontro è cominciato davvero davanti a quel locale?
A volte la violenza esplode in una sera, ma può essere preceduta da settimane o mesi di rabbia, frustrazione e silenzi. Può cominciare nella camera di un ragazzo che non parla più con i genitori, a scuola quando si sente escluso o nel bisogno di dimostrare agli amici di non avere paura.
Comprendere non significa giustificare. Significa provare a intervenire prima.
I dati mostrano che non si tratta di un fenomeno marginale. Secondo il rapporto ESPAD®Italia 2024, pubblicato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche nel 2025 e condotto su oltre 20.000 studenti italiani tra i 15 e i 19 anni, il 45% ha riferito almeno un comportamento violento nell’ultimo anno. Il 5% ha dichiarato di avere ferito seriamente qualcuno al punto da rendere necessario l’intervento di un medico. Numeri che non consentono generalizzazioni sui giovani, ma indicano quanto sia importante interrogarsi su ciò che precede questi comportamenti.
Davanti al gruppo, una provocazione può diventare una sfida
Durante l’adolescenza e la prima età adulta, il gruppo assume un’importanza particolare. Essere accettati e rispettati dagli amici può sembrare più importante di qualsiasi conseguenza.
Una provocazione che, da soli, si potrebbe ignorare viene vissuta diversamente quando avviene davanti agli altri. Allontanarsi rischia di essere interpretato come una dimostrazione di debolezza. Reagire, invece, può diventare un modo per difendere la propria immagine.
In quel momento non ci si domanda più: «Cosa potrebbe accadere?». La domanda diventa: «Cosa penseranno gli altri di me se non reagisco?».
Qualcuno incita, altri si avvicinano, mentre c’è chi riprende la scena con il telefono. Il tempo per riflettere si riduce e l’impulso prende il posto del pensiero. L’eventuale consumo di alcol può abbassare ulteriormente la capacità di controllarsi e valutare il pericolo.
Il gruppo e l’alcol non trasformano automaticamente un ragazzo in una persona violenta. Possono però amplificare una rabbia che esisteva già.
Ed è proprio su ciò che può essere accaduto prima che dovremmo interrogarci.
Quando un figlio smette di raccontarsi
Forse quel ragazzo, prima di alzare la voce davanti a un locale, aveva già cominciato a farlo dentro casa. Oppure aveva smesso completamente di parlare.
Quanti genitori si riconoscono in frasi come: «Non so più cosa pensa», «Quando esce rimango sveglio fino al suo ritorno», «Non conosco davvero le persone che frequenta», «Se provo a chiedergli qualcosa, si arrabbia»?
Dall’altra parte, molti adolescenti pensano che ogni conversazione con gli adulti possa trasformarsi in una critica, una predica o un interrogatorio. Per questo raccontano sempre meno e cercano nel gruppo degli amici quello spazio di appartenenza che sentono di non trovare altrove.
È spesso qui che nasce la distanza: il figlio tace, il genitore si preoccupa e aumenta il controllo. Più controlla, più il ragazzo nasconde. Non perché manchi l’affetto, ma perché la paura ha preso il posto del dialogo.
Le regole rimangono indispensabili. Un adolescente ha bisogno di confini e di adulti capaci di dire dei no. Ma il controllo, da solo, non costruisce fiducia e non aiuta un figlio a raccontare ciò che gli sta accadendo.
Invece di cominciare sempre con «Dove sei stato?», «Con chi eri?» o «Hai bevuto?», qualche volta può essere più utile dire: «Ultimamente ti vedo arrabbiato e distante. Non voglio interrogarti, vorrei capire come stai».
Ascoltare non significa approvare tutto. Significa poter condannare con fermezza un comportamento sbagliato senza far sentire il ragazzo irrimediabilmente sbagliato.
Dietro la rabbia possono esserci insicurezza, paura di essere esclusi, bisogno di riconoscimento o difficoltà ad accettare un rifiuto. Per alcuni ragazzi è più facile dire «sono arrabbiato» che ammettere «mi sento solo», «non mi sento all’altezza» oppure «ho bisogno di aiuto».
Non ogni discussione familiare deve diventare motivo di allarme. L’adolescenza porta con sé cambiamenti, opposizione agli adulti e bisogno di autonomia. È necessario, però, prestare attenzione quando un figlio cambia profondamente e quel cambiamento persiste: si isola, abbandona lo sport, peggiora a scuola, mente con frequenza, abusa di alcol, cerca continuamente situazioni rischiose o reagisce con aggressività a ogni limite.
Quando più segnali compaiono insieme, considerarli semplicemente «una fase» può impedire di riconoscere una difficoltà che sta crescendo.
Prima che il disagio diventi cronaca
La sicurezza dei luoghi della movida di Corigliano-Rossano richiede controlli, regole e responsabilità. Ma la prevenzione comincia molto prima: nelle famiglie, nelle scuole, nelle associazioni sportive e in tutti gli spazi nei quali un giovane può sentirsi visto prima di dover alzare la voce per essere riconosciuto.
Quando silenzi, rabbia e conflitti diventano il modo abituale di comunicare, chiedere un confronto professionale non significa etichettare un figlio come “problematico”. Significa provare a raggiungerlo prima che la distanza diventi un muro.
Non possiamo accorgerci dei ragazzi soltanto quando diventano protagonisti della cronaca. Dobbiamo riuscire a osservarli quando si chiudono, ascoltarli quando faticano a trovare le parole e aiutarli a gestire la rabbia prima che diventi l’unico linguaggio possibile.
Perché uno scontro può esplodere in pochi secondi davanti a un locale. Ma spesso, prima di quel momento, c’è stato un lungo silenzio che nessuno è riuscito ad ascoltare.
Fonte: ESPAD®Italia 2024, Sotto la superficie. Le nuove sfide dell’adolescenza tra rischi e quotidianità, Istituto di Fisiologia Clinica del Consiglio Nazionale delle Ricerche, 2025.
Dott. Giovanni Noè
Psicologo, docente e referente dello sportello di ascolto scolastico a Corigliano-Rossano
Si occupa di adolescenti, adulti, ansia e difficoltà relazionali.
“Profilo professionale – Dott. Giovanni Noè”

