
di Salvatore Campana
Ci avevano promesso una “città normale”.
Ricordate? Era il mantra. La parola magica. La svolta rispetto agli anni delle polemiche, delle promesse irrealizzabili, delle grandi narrazioni.
Una città normale significava amministrazione, servizi, manutenzione, programmazione, decoro, sviluppo. Significava affrontare i problemi veri dei cittadini e risolverli.
Oggi, invece, ci ritroviamo con un sindaco che si mette davanti a un gigantesco dinosauro di plastica e annuncia trionfalmente il ritorno alla preistoria.
Letteralmente.
E non come battuta occasionale, ma come spot istituzionale di una città che dovrebbe avere ben altre ambizioni.
Sia chiaro: nessuno ce l’ha con i dinosauri. Possono divertire i bambini, attirare curiosità, animare qualche serata estiva. Il problema non sono i pupazzi. Il problema è l’enfasi. Il problema è la rappresentazione di tutto questo come se fossimo davanti a un evento straordinario destinato a cambiare il destino turistico della città.
Perché quando una classe dirigente arriva a presentare dei dinosauri di plastica come un’esperienza unica, immersiva, artistica e scientifica capace di rendere speciale il territorio, forse senza accorgersene sta dicendo molto di più su sé stessa che sull’iniziativa. Sta dicendo che le aspettative collettive si sono progressivamente abbassate, che ciò che dovrebbe essere semplice animazione estiva viene ormai raccontato come un evento straordinario e che, ancora una volta, la propaganda rischia di prendere il posto della sostanza.
E la cosa più sorprendente, in fondo, non è neppure l’installazione in sé. È il modo in cui viene raccontata, il tono trionfalistico con cui si cerca di trasformare un’attrazione temporanea in una sorta di svolta storica per la città, come se bastassero un video ben montato, qualche effetto scenico e una battuta studiata per i social a trasformare qualunque iniziativa in un successo amministrativo.
Ma i cittadini non vivono dentro i reel di Facebook né nelle campagne promozionali costruite per raccogliere like e condivisioni. Vivono nelle strade della città, si confrontano ogni giorno con problemi concreti e giudicano chi amministra non dalla qualità degli slogan o delle scenografie, ma dalla capacità di produrre risultati tangibili. Perché una città non si governa con gli effetti speciali: si governa con le opere, con i servizi e con una visione che sappia andare oltre l’evento del momento.
Ed è proprio qui che emerge il limite di questa narrazione. Perché una comunità non cresce a colpi di scenografie, non costruisce il proprio futuro attraverso installazioni destinate a durare una stagione e non può essere continuamente chiamata a scambiare il marketing per azione amministrativa. L’intrattenimento può avere il suo valore, ma diventa un problema quando viene presentato come risposta alle aspettative di una città che chiede ben altro: sviluppo, programmazione, qualità della vita e prospettive per il futuro.
Ci avevano promesso una città normale. Oggi, invece, ci viene chiesto di applaudire un Jurassic Park sul lungomare come se fosse il simbolo della rinascita cittadina. E forse è proprio questa l’ammissione più preoccupante: quando una classe dirigente arriva a confondere l’intrattenimento con il governo della città, non è il dinosauro a fare impressione. È la povertà di visione che gli sta accanto.
Salvatore Campana

