
di Salvatore Campana
Leggendo il comunicato dedicato a “Scriptoria e la circolarità della cultura”, la prima domanda che viene spontanea non riguarda il contenuto, ma il linguaggio.
L’intero testo è costruito attorno a un’ambizione dichiarata: abbattere le barriere tra cultura e cittadinanza, coinvolgere i giovani, rendere accessibile il pensiero complesso e trasformare la cultura in un bene comune. Un obiettivo condivisibile, persino necessario in una società che registra livelli sempre più bassi di partecipazione culturale.
Eppure, proprio mentre proclama l’esigenza di rendere la cultura accessibile, il comunicato sembra fare l’esatto contrario.
“Circolarità epistemica”, “mediazione verticale”, “grammatiche di rigenerazione”, “continuità proiettiva”, “polifonia di voci”, “genius identitario”: il lettore medio si trova immerso in una foresta di espressioni astratte che rischiano di trasformare un messaggio semplice in un esercizio di autoreferenzialità linguistica.
Il paradosso è evidente. Se davvero si vuole parlare ai giovani e alla città, perché scegliere un linguaggio che sembra rivolto quasi esclusivamente agli addetti ai lavori?
La cultura non diventa popolare perché viene definita tale. Diventa popolare quando riesce a farsi comprendere senza rinunciare alla profondità. I grandi divulgatori della storia, della scienza e della filosofia hanno sempre dimostrato che la vera competenza non consiste nel complicare ciò che è semplice, ma nel rendere comprensibile ciò che è complesso.
Per questo motivo il comunicato lascia aperto un interrogativo legittimo. Ci troviamo di fronte a una riflessione realmente profonda che ha scelto una forma espressiva infelice oppure a una sovrastruttura retorica che amplifica concetti tutto sommato elementari?
Perché, a ben vedere, il nucleo dell’intero ragionamento potrebbe essere sintetizzato in poche righe: valorizzare la storia del territorio, coinvolgere i giovani, costruire comunità, usare la cultura come leva di sviluppo sociale ed economico. Idee importanti, ma certamente non così oscure da richiedere migliaia di parole e un lessico quasi iniziatico.
È qui che nasce il dubbio più interessante. La cultura autentica ha davvero bisogno di nascondersi dietro formule elaborate? Oppure il ricorso sistematico a un linguaggio accademico rischia talvolta di diventare una sorta di certificazione simbolica di autorevolezza, utile soprattutto a chi già appartiene a quel mondo?
Naturalmente nessuno può giudicare il valore effettivo del lavoro svolto da un’associazione sulla base di un comunicato stampa. Le attività potrebbero essere eccellenti, i risultati concreti e la qualità delle iniziative indiscutibile. Tuttavia la comunicazione pubblica è parte integrante di qualsiasi progetto culturale. E quando il mezzo contraddice il messaggio, qualche domanda diventa inevitabile.
Se l’obiettivo è davvero abbattere le barriere, forse il primo muro da demolire è quello del linguaggio.
Perché una comunità si costruisce con le idee, ma le idee esistono soltanto quando qualcuno riesce a capirle.
Salvatore Campana

