
di Giovanni Scorzafave
Ciao, Preside. Lo vedi? Nonostante il silenzio che si è fatto intorno, nonostante questo strappo improvviso, io continuo a salutarTi esattamente come ho sempre fatto, con la stessa naturalezza di dieci giorni fa. Perché non mi è possibile avvertire la tua assenza come un vuoto definitivo.
Per me sei ancora qui. Ti vedo. Ti sento. Accarezzo con l’anima l’eco delle nostre lunghe chiacchierate, e mi sembra ancora oggi di sentire squillare il telefono, puntuale come ogni settimana, per quel nostro appuntamento fisso che era diventato un porto sicuro, uno scambio di idee, di vita, di stima reciproca.
E poi, sospeso in questo vuoto, resta l’ultimo Tuo messaggio sul mio telefonino, arrivato solo pochi giorni fa come un soffio prima del silenzio. Due parole che ora risuonano come un legame dell’anima: “Si combatte!”. Un grido di dignità e di coraggio che porto dentro.
Forse era il tuo modo di dirmi che non bisogna mollare mai, o forse era l’ultimo slancio della tua anima guerriera, un testamento spirituale lasciato a chi, come me, Ti ha voluto bene e ha condiviso con Te un pezzo di strada. Oggi quelle due parole le custodisco come un tesoro prezioso, una bussola per il futuro.
Parlare di Te oggi, provare a racchiudere in poche parole la vastità della Tua vita e l’impronta che hai lasciato, è un compito che sento quasi di non poter reclamare solo per me, nonostante abbia avuto il privilegio immenso di camminare insieme a Te per oltre mezzo secolo.
Il mio cuore è troppo pieno dei nostri ricordi, troppo custode di una complicità fraterna per poter essere oggettivo. Il dolore del mio silenzio deve allora farsi da parte per lasciare spazio alla voce della storia, quella vera, scritta dalla moltitudine straordinaria di persone che hanno incrociato il Tuo cammino e che oggi si sentono un po’ più sole.
Tocca a loro raccontarTi. Tocca ai Tuoi familiari, che hanno respirato ogni giorno la tua dedizione e il tuo amore più puro; tocca ai tuoi tantissimi alunni, nei quali hai acceso la scintilla del sapere e che oggi portano nel mondo un pezzo dei Tuoi insegnamenti; tocca ai colleghi che hanno condiviso con Te battaglie, passioni e visioni; e tocca ai Tuoi amici di sempre, quelli dei momenti più veri.
Ma forse, più di tutti, tocca a chi Ti ha conosciuto anche solo per un breve istante, per il tempo di un saluto o di un sorriso lungo una strada: perché a Te bastava un momento soltanto per lasciare un segno indelebile nel cuore di chiunque.
Vorrei continuare a parlare di Te, Preside. Vorrei trattenerti ancora un po’ tra queste righe, scavare nei ricordi di una vita intera, raccontare ogni aneddoto e ogni istante in cui la tua saggezza ha illuminato i miei passi. Vorrei che questo foglio non finisse mai, per non dover pronunciare quella parola così definitiva.
Ma sento che le forze iniziano a mancarmi. Avverto la mia mano, improvvisamente stanca e pesante, che comincia a tremare incerta su questa fragile carta, come se anche l’inchiostro facesse fatica a reggere il peso di una commozione così grande.
C’è un limite in cui il dolore supera la capacità di raccontare, e io quel limite l’ho raggiunto.
Tuttavia, questo mio silenzio non è un addio, né una resa definitiva. È solo una sosta necessaria. Ti prometto, con tutta la forza che mi è rimasta, che tornerò a scriverti; lo farò non appena sentirò di poter finalmente superare, o quantomeno attraversare, questa solitudine densa e pesante che da fin da troppo tempo mi fa da instancabile compagnia. Aspettami dietro l’orizzonte di queste ombre. Ritroverò la voce, e allora ti racconterò anche il buio di oggi.
Prima però che il tremore prenda il sopravvento, stringo forte questa penna per affidare a queste righe ciò che sei stato per me: non soltanto un Collega, un Preside e un Maestro, ma soprattutto un Fratello maggiore.
Sei stato un Collega prezioso nei miei primi anni d’insegnamento, un punto di riferimento insostituibile in quel tempo in cui muovevo i primi passi dietro la cattedra. Con la Tua esperienza, la Tua pazienza e la Tua profonda dedizione, mi hai indicato la strada maestra da seguire.
Sei stato un Preside, anzi il Preside per eccellenza, colui che con una visione lungimirante, coraggio e un amore viscerale per la cultura è riuscito a compiere un’impresa straordinaria: prendere per mano una scuola che prima non godeva di grande considerazione, che restava ai margini, e traghettarla verso i massimi livelli, trasformandola in un punto di riferimento, in un orgoglio per l’intera comunità. Ci hai creduto quando nessun altro lo faceva. E hai vinto.
Sei stato un Maestro, e lo sei ancora oggi, perché è da Te che ho appreso la parte più nobile e difficile del nostro mestiere. Mi hai insegnato l’arte sacra dell’insegnamento, che non si ferma ai libri, ma si fonda sull’empatia. Mi hai trasmesso il comandamento più importante: quello di stare sempre, fermamente e senza esitazioni, dalla parte degli alunni. E il simbolo eterno di questa Tua filosofia resta impresso in quel Tuo primissimo provvedimento, un gesto che per me fu una vera e propria lezione di vita e di democrazia: l’eliminazione di quelle antiche pedane che stavano sotto le cattedre.
Con quel gesto hai abbattuto una barriera, hai annullato le distanze, dicendoci che l’autorevolezza non si cerca guardando i ragazzi dall’alto in basso, ma guardandoli dritti negli occhi, allo stesso livello, ascoltando le loro anime.
E infine sei stato un Fratello maggiore, la guida discreta e saggia che non mi ha mai fatto sentire solo. Nei momenti di dubbio, le Tue parole mi hanno sempre indicato la via: la strada dell’onestà intransigente, ma soprattutto quella, ancora più rara e preziosa, dell’umiltà. Mi hai insegnato che la vera grandezza cammina a piedi scalzi, senza boria, accogliendo gli altri con generosità.
Per tutto questo, per ogni singolo istante condiviso, per ogni lezione silenziosa che mi hai regalato, oggi non avverto la distanza. Anzi, Ti sento ancora più vicino.
Per tutto questo, con il cuore colmo di gratitudine, Ti dico semplicemente: Grazie di tutto e buon viaggio, Preside.
Giovanni Scorzafave

