
“Per morire di maggio ci vuole tanto, troppo coraggio”, cantava Fabrizio De Andrè. E di coraggio Antonio Ciacciofera, secondo di tre figli di una famiglia palermitana,
ne aveva veramente molto, ma certamente mai avrebbe potuto pensare che la sua esistenza sarebbe stata spezzata da un momento all’altro.
Antonio (la cui triste storia abbiamo più volte negli anni portato all’attenzione) è un ragazzo che la vita se la prende a morsi. Ha il pallino dei viaggi, se lo può permettere. A soli 24 anni già lavora, con impegno e competenza, alla sede della Banca Commerciale di Corigliano Calabro, dipendendo dalla direzione generale. Ha una vita piena di svaghi, è un appassionato giocatore di pallacanestro.
Siamo nel mese di maggio del 1994: da allora, che di anni ne sono trascorsi ben 32, è ancora mistero fitto sulla sua improvvisa quanto tragica morte; una scomparsa avvolta nel silenzio e sulla quale ancora s’interroga, a giusta ragione, la sua famiglia, che vuole vederci chiaro e non crede affatto alla versione ufficiale fornita dalle autorità: “incidente stradale”.
“Mio fratello è andato a Cuba per una vacanza, è tornato a Palermo dentro una bara di cartone, irriconoscibile e privo di tutti gli organi”. Così Michele Ciacciofera, il fratello più grande, negli anni ha cercato di fare “rumore” mediatico sull’inquietante vicenda della fine del giovane Antonio. Un caso finito nel ’94 alla ribalta delle cronache internazionali e subito “dimenticato”, su cui si agitano gli spettri di una violenza cieca: il sequestro, le torture, una morte lenta. E poi ancora: il corpo quasi decapitato e il muro di gomma su cui ha sempre rimbalzato la famiglia del giovane palermitano.
Il corpo del bancario in servizio a Corigliano viene, nel vero senso della parola, “svuotato”. Antonio torna nella sua città privo degli organi interni: cuore, fegato e reni. Gli sono stati espiantati tutti, ad eccezione delle cornee. “Mio fratello – scrive Michele – non è stato torturato, è stato demolito. Aveva l’osso occipitale rotto, le due clavicole rotte, come tutte le ossa delle braccia e le gambe. Anche il bacino era rotto in più punti”.
Antonio era partito da Palermo il 6 maggio. Inizialmente la prima tappa della sua vacanza era Madrid, da dove doveva poi raggiungere la Costa Rica e quindi Cuba. Ai Caraibi sarebbe dovuto andare con un amico di Napoli. A Madrid l’aspettava una sua amica spagnola, tour operator, che aveva organizzato il viaggio. Questa sua amica, secondo quando raccontato da Antonio al fratello, aveva un tumore e stava per morire e quindi voleva fare l’ultimo viaggio insieme a lui.
Raccapricciante il racconto del fratello Michele nella sua lunga testimonianza, allorquando ricorda l’arrivo del corpo di Antonio, o meglio di quello che ne restava: “Lui non era riconoscibile. Veniamo convocati dalla Procura di Palermo, Antonio è stato riconosciuto solo dalla peluria delle gambe e in un secondo momento attraverso la radiografia dei denti. Il corpo era totalmente scarnificato, privo di organi, c’erano segni di torture ovunque. C’è una lunga cicatrice che parte da sotto il collo e arriva all’inguine, una sutura probabilmente servita a ricucire la salma dopo il prelievo di tutti gli organi. Scomparsi anche il Rolex d’oro e mille dollari che Antonio aveva con sé al momento dell’incidente. Inoltre il corpo presentava delle cicatrici per una presunta operazione di appendicite e un’altra operazione maxillo-facciale, per cui le autorità cubane avevano addebitato l’assicurazione per decine di migliaia di dollari: questa circostanza sollevò dei sospetti al punto che la Procura e la polizia scientifica si presentarono a casa a Palermo per chiederci delle foto di mio fratello a torso nudo, che la mia famiglia fornì. A questo punto la Procura chiede l’autopsia al medico legale, molto noto in città. Lui non si accorge di niente e consegna una relazione con notevole ritardo senza parlare di nulla se non di una compatibilità delle condizioni della salma con un incidente stradale. Eppure mio fratello aveva tutte le ossa rotte, pure quelle del cranio, segni di tortura e trascinamento, quasi il distacco della testa. Incaricammo il medico di parte di fare una controperizia che viene acquisita dalla Procura, che a sua volta chiede al medico legale di fare un’altra perizia e di rispondere a una serie di quesiti in merito alla discrepanza tra le due analisi evidenziata dal nostro medico e dal magistrato che segue la vicenda. Al medico legale viene assegnato un termine, ma dopo quasi 6 mesi non aveva ancora consegnato nulla nonostante la Procura lo pressasse”.
Sulla morte di Antonio Ciacciofera subito dopo si è fatta strada l’ipotesi legata a una spietata azione del racket degli organi umani, assai in voga in America Latina. Ad oggi, tuttavia, la famiglia brancola ancora nel buio e il racconto di Michele sulla tragica morte del fratello Antonio è ricco di date, nomi, dettagli e circostanze, con precisi dubbi e accuse alle istituzioni italiane dell’epoca per non aver voluto sostenere questa sacrosanta battaglia per la ricerca della verità.
FABIO PISTOIA
