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L’esondazione dei fiumi Crati e Coscile: tutta colpa del maltempo o dell’incuria e i ritardi dell’uomo? Presentato un esposto

Posted on Febbraio 18, 2026 By COMUNICATO STAMPA

Su quanto accaduto, e ancora sta accadendo, nella Piana di Sibari, a causa dell’esondazione dei fiumi Crati e Coscile, merita un attento esame, attraverso l’opportuna e puntuale attività investigativa, da parte della Procura della Repubblica di Castrovillari.

Ecco perché nella giornata di ieri, il Presidente dell’Associazione “Italia nel Cuore”, Domenico Piattello, ha presentato un esposto-denuncia al Procuratore dott. Alessandro D’Alessio. “Quando accaduto lo scorso 14 febbraio nella Piana di Sibari, dove il Fiume Crati è esondato in più punti, si legge nel testo dell’esposto, non può e non deve essere collegato con l’ondata di maltempo che ha colpito anche quella zona. Italia nel cuore sostiene ciò, perché la rottura degli argini del Crati in diversi punti del corso del fiume, è stata l’istantanea più cruda di una fragilità territoriale che nessuna cifra gigantesca è riuscita a cancellare. Le acque che hanno invaso abitazioni, campi agricoli e strade, sommerse fino a quasi un metro in alcune zone della Piana di Sibari, sono passate proprio dove qualche settimana fa erano stati aperti i cantieri per un’opera da quasi 8 milioni di euro progettata per evitare che il Crati tornasse a far danni. Questo progetto era stato inserito addirittura in masterplan del 2017 e figurava come intervento per la “messa in sicurezza degli argini del fiume Crati – Cassano allo Ionio”. Progetto, si badi bene, finanziato già nel 2019 e i cui lavori sarebbero dovuti partire nel 2020. Ebbene a distanza di sei anni quel tratto di fiume che doveva essere il simbolo della prevenzione è diventato il simbolo dell’impreparazione. Le scene che, purtroppo, si sono dovute registrare nei giorni scorsi tra Corigliano- Rossano, Cassano e Tarsia, con le acque che hanno sommerso coltivazioni, completi ettari agricoli e allevamenti evacuati, è il grido di una regione che paga oggi ciò che non è stato fatto ieri. Perché quella fascia di terreno non è stata sorpresa dal maltempo: è stata colpita dai limiti di una prevenzione promessa e mai davvero completata. Negli anni della programmazione 2014-2020, dentro il cosiddetto Patto per il Sud, vennero messi a disposizione della Calabria oltre 300 milioni di euro, un’ossatura finanziaria senza precedenti destinata alla difesa del suolo, alla mitigazione del rischio idrogeologico e all’erosione costiera. Quei soldi sono formalmente esistiti e in gran parte intrappolati tra progettazioni che si trascinano per anni, nulla osta e permessi congelati, conferenze di servizi interminabili e una burocrazia che sembra fatta apposta per frenare invece di abilitare. L’esempio plastico è proprio quello degli argini del Crati: il progetto definitivo era pronto già nel 2020, i soldi erano disponibili dal 2019, eppure i lavori hanno visto la luce soltanto sei anni dopo. E quando finalmente si è alzata la prima ruspa, l’acqua aveva già annunciato il proprio ritorno in piena furia, pronta a dimostrare che non basta aprire un cantiere se quello stesso cantiere non è in grado di proteggere davvero il territorio nel momento del bisogno. Oggi, mentre si chiede lo stato di calamità nazionale per gli impatti del maltempo, la Calabria non piange solo per la violenza della pioggia o la furia di un fiume in piena. Piange per anni in cui i progetti c’erano, i soldi pure, ma i cantieri sono arrivati troppo tardi o non sono mai partiti. Piange perché la messa in sicurezza non è stata realmente preventiva, ma spesso reattiva o parziale. Il Crati, spezzando gli argini proprio nei punti dove i lavori ammontanti a 7.880.000 euro erano in fase di consegna, è il simbolo di una prevenzione che arriva dopo il danno. Ma per capire davvero perché la Sibaritide è stata sommersa dalle acque nella notte del 14 febbraio, probabilmente non basta guardare solo il cielo. Bisogna guardare a monte, alle dighe, e poi tornare a valle, dove il fiume ha trovato argini deboli e cantieri fermi. Altro aspetto che deve essere sottoposto all’attenzione della S.V. riguarda il ruolo ed il funzionamento, in quelle ore, della diga di Tarsia. Secondo le informazioni assunte in quelle ore erano stati trattenuti circa 8,5 milioni di metri cubi d’acqua, una manovra indicata come decisiva per ridurre la portata verso la piana. Eppure poche ore dopo è arrivata la piena più violenta: quella che ha rotto gli argini tra Thurio, Ministalla e Foggia e ha allagato la piana fino ai Laghi di Sibari. La domanda che in tanti si pongono è la seguente: la diga di Tarsia poteva limitare il flusso dell’acqua a valle, soprattutto in quei momenti che il fiume Crati era in piena? Con la presente l’Associazione “Italia nel cuore” chiede alla S.V. di voler avviare le opportune attività d’indagine, allo scopo di rinvenire eventuali responsabilità, da parte di Enti o singoli, per quanto accaduto e descritto, comunicando, inoltre, di essere a disposizione”.
Corigliano-Rossano 18.02.2026
Il Presidente di Italia nel cuore
Domenico Piattello

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