
Voglio rendere pubblico l’ennesimo caso di malasanità vissuto ad inizio anno e che ha portato al decesso di mia Mamma.
Mia mamma non era una paziente qualunque. Dal 2023 a oggi aveva già avuto quattro infarti.
Ogni volta era stata salvata e operata negli ospedali di Cosenza e Castrovillari. Le sue coronarie erano gravemente compromesse, il cuore non funzionava correttamente ed era anche affetta da diabete, una condizione che aumenta in modo significativo i rischi cardiovascolari. Era, a tutti gli effetti, una paziente cardiopatica ad altissimo rischio.
Il 3 gennaio, alle 21:30, ha avuto un nuovo infarto. Da quel momento è iniziato un incubo.
Dopo il primo intervento di emergenza, mia mamma è stata trasportata all’Ospedale di Rossano e ricoverata nel reparto di Cardiologia. Ci è stato riferito che negli ospedali dotati dei macchinari adeguati non c’erano posti disponibili. Durante la notte ha avuto una crisi respiratoria.
La mattina successiva siamo stati chiamati dall’ospedale: mamma era agitata, serviva la nostra presenza. Una volta arrivati, il cardiologo di turno ci ha comunicato che la prognosi rimaneva riservata per tre giorni. In particolare, da parte di un cardiologo di origine cubana, abbiamo percepito un atteggiamento superficiale, come se la gravità del quadro clinico non fosse pienamente compresa.
Eppure parliamo di una paziente con plurimi infarti pregressi, coronarie gravemente danneggiate, diabete e un infarto in corso. In una situazione simile non si può minimizzare, non si può attendere, non si può gestire tutto con leggerezza.
Nel primo pomeriggio le condizioni di mia mamma sono drasticamente peggiorate: sudorazione profusa, parametri vitali in peggioramento, segni evidenti di sofferenza.
L’elisoccorso è stato allertato intorno alle 14:15, ma è arrivato sul posto solo verso le 15:30.
Mia mamma è stata fatta scendere dal reparto intorno alle 16:00. Trasportata in ambulanza fino all’elisoccorso, appena seduta sul mezzo ha avuto l’arresto cardiaco. I sanitari hanno tentato di rianimarla, anche con l’uso del defibrillatore, ma ogni tentativo è stato vano. Mia mamma è morta lì, prima ancora di poter essere trasferita.
Solo dopo aver visto i parametri vitali ormai all’estremo, improvvisamente un posto era diventato disponibile.
Ogni minuto conta nelle emergenze cardiache. Non si può affermare con certezza matematica che un trasferimento anticipato l’avrebbe salvata, ma alla luce della sua storia clinica, del diabete e delle volte precedenti in cui era stata salvata, è impossibile non pensare che, con un intervento tempestivo e adeguato, avrebbe potuto farcela anche questa volta.
Questa non è solo una storia di dolore personale. È il racconto di cosa accade quando un sistema reagisce tardi, quando la gravità viene compresa solo all’ultimo momento, quando un posto si trova solo quando è ormai troppo tardi.
Racconto questa storia per mia mamma, per il dolore che sento, e per dar voce alla mia rabbia…
Ma anche per tutti quelli che si affidano a un sistema sanitario che dovrebbe proteggere la vita, non rincorrerla quando sta già svanendo.
Ogni minuto conta.
E in certi casi, il tempo perso non si recupera più.
Ciao Mà!
Alessandro Chiaradia
