
Eccellenza Reverendissima,
scrivo queste righe in forma anonima non per vigliaccheria, ma per libertà. La libertà di parlare con sincerità, senza ruoli, senza appartenenze, senza secondi fini. Solo come una persona qualunque, una delle tante che oggi non si vedono più nelle chiese, nei consigli, nei saluti ufficiali.
Le chiese si stanno svuotando, Eccellenza.
E non solo dei giovani, come spesso si dice. Si stanno svuotando di famiglie, di adulti, di anziani, di persone semplici che un tempo trovavano nella Chiesa una casa e oggi la percepiscono come un luogo lontano, formale, poco abitabile. Ridurre tutto alla “questione giovanile” rischia di essere una comoda semplificazione: il vuoto è più profondo e riguarda tutti.
Lei è il vescovo.
E proprio per questo il suo nome, la sua voce e la sua presenza contano più di quanto forse le venga detto. Molti non se ne vanno per mancanza di fede, ma per mancanza di relazione. Non sentono più un pastore che cammina con loro, ma una figura distante, filtrata, spesso irraggiungibile.
Attorno a lei, Eccellenza, ci sono persone che parlano in suo nome.
Alcune la proteggono, altre la isolano. Alcune la informano, altre selezionano ciò che deve arrivarle. Ci sono anche dei “lupi”, non nel senso spettacolare del termine, ma nel senso più sottile e pericoloso: persone che difendono il proprio ruolo, la propria posizione, la propria influenza, anche a costo di allontanarla dalla realtà. Sono loro che decidono chi può avvicinarsi e chi no, quali voci sono “opportune” e quali scomode, quali problemi meritano ascolto e quali devono essere minimizzati.
Il rischio, così, è che lei finisca per incontrare sempre gli stessi volti, sentire sempre le stesse opinioni, ricevere sempre applausi educati ma poche verità.
E intanto, fuori, la vita reale scorre senza sentirsi vista.
Forse uno degli errori più grandi della Chiesa oggi non è dottrinale, ma umano: non essere più presente tra le persone normali. Non tra i soliti gruppi organizzati, non solo tra chi già c’è, non solo negli eventi preparati e sicuri. Ma tra chi fatica, chi è deluso, chi è arrabbiato, chi si sente invisibile. Tra chi non ha un incarico, un titolo, una voce ufficiale.
Essere presenti significa ascoltare senza difendersi subito.
Significa accettare critiche senza viverle come attacchi.
Significa anche riconoscere che qualcosa non ha funzionato.
Lei, Eccellenza, potrebbe fare molto.
Potrebbe scegliere di camminare di più tra la gente.
Potrebbe creare spazi veri di ascolto, non controllati, non filtrati.
Potrebbe chiedere, con umiltà, non “cosa ne pensate della Chiesa”, ma “perché ve ne siete andati”.
Potrebbe circondarsi di persone che non hanno paura di dirle la verità, anche quando è scomoda.
Non serve fare grandi rivoluzioni.
A volte basterebbe uno sguardo, una presenza non programmata, una parola semplice. Basterebbe far sentire che il vescovo non appartiene a un sistema, ma a un popolo.
Questa lettera non nasce dal disprezzo, ma dalla speranza.
La speranza che lei possa vedere ciò che altri forse non vogliono farle vedere.
La speranza che il silenzio delle chiese non venga spiegato, ma ascoltato.
La speranza che un pastore scelga di stare con il suo gregge, anche quando è sparso, ferito e stanco.
Con rispetto sincero,
una persona qualunque
