
Caro preside, qualcuno una volta ha detto che per scrivere bene non bisogna piangere.
Ci proverei davvero, se volessi comporre un omaggio qualunque, di quelli che si vendono a buon mercato, ma non ci riesco, caro preside. Lei mi ha insegnato tutto il contrario, lei mi ha insegnato, senza mai insegnare, il valore della stranezza, l’arte dell’alternativa. E allora preferisco piangere, ma scrivere qualcosa che proviene dalla dimensione della verità, piuttosto che applicare su ogni dannata sensazione il filtro del conformismo.
Sorrida, preside, sorrida quando leggerà l’inizio non convenzionale di questa lettera.
Perché so che in qualche modo la leggerà.
Sorrida come quando le chiedevo di firmarmi le autorizzazioni per quelle assemblee bizzarre che provavamo ad organizzare.
Quando leggeva sul foglio punti all’ordine del giorno come “virtualità e realtà” oppure “il tempo” facendomi poi la smorfia di chi finge di non capire mentre ha già capito tutto.
Sorrida come quella volta in gita in cui mi ha beccato con quel romanzo da quattro soldi nel bus e sembrava quasi un po’ deluso dalle mie letture. Mi imbarazzava dirle che era solo un regalo per conquistare una ragazza. Oggi mi piacerebbe tranquillizzarla sui libri che scelgo, ma lei forse dall’alto della sua media di 100 libri all’anno mi prenderebbe comunque in giro.
Così come mi prendeva in giro quando in mezzo fra un colloquio e l’altro diceva che avevo lo stile dei vecchi leaders della democrazia cristiana. E lí ero io quello a sorridere, perché non riuscivo a capire bene se fosse un complimento o un insulto.
Ma quando poi con perentoria sicurezza affermava: “Fusaro è il ragazzo più serio con cui ho mai avuto a che fare”, inizialmente gongolavo di vanagloria come solo un buon adolescente sa fare, per capire poco dopo che c’era un volersi bene che andava senza dubbio oltre i ruoli che in quel momento giocavamo a recitare.
Quanto l’ho stimata, preside.
Ho stimato i suoi modi, il fatto che non se la prendesse mai con i deboli, la sua ironia lunga e disarticolata, la sua pazienza nervosa, il suo menefreghismo istituzionale che non mancava mai di rispetto a nessuno, la sua precisione nel trovare la cosa più vera anche nel più falso dei contesti.
Io l’ho stimata, preside. E l’ho anche disistimata, l’ho anche criticata.
Abbiamo discusso tante volte.
Ed è qui che è stata la sua più grande grandezza: essere un puro trasmettitore di libertà. Usare la propria stessa vita come strumento, fonte e canale di libertà.
È stato lei, preside, ad insegnarmi a criticarla. E l’ha fatto fin dal primo momento in cui quasi bambino mi sono avvicinato a quella scrivania da rappresentante ingenuo, quando ancora pensavo che il mondo avesse dei suoi aspetti intoccabili.
E lei con gli occhi iniziò a dirmi: “tu puoi criticare chiunque, tu puoi criticare il mondo. Si, tu puoi criticare anche il tuo preside, anzi, tu devi criticare.”
Ed è qui che io voglio soffermarmi preside, sulla libertà. Presto partirà la macchina del convenzionalismo ed improvvisamente tante persone inizieranno a parlare bene di lei, persone che non avevano neanche un briciolo della sua profondità culturale per capire certi comportamenti apparentemente inspiegabili.
Ognuno si impegnerà a trovare migliaia di belle cose della sua personalità, io invece ne voglio raccontare solo una perché so che questo è un tempo della storia dove tutto corre di fretta e gli elenchi non li legge più nessuno.
E allora voglio incidere solo un puntino in questo marasma geometrico dei social nella speranza che chi passi di qui, non possa non notarlo.
Libertà. Lei era un uomo libero.
Lei mi ha dato la libertà di scegliere chi essere, perché ha creato una scuola libera.
E a tanti di noi questo non ci andava bene, perché la libertà è destabilizzante, fa sempre paura scegliere da soli chi essere, è sempre complicato trovare il modo di rispettare dei doveri non per il timore della sanzione ma per il puro sentimento del dovere.
E quanto la rimpiangeremo un giorno questa libertà. La libertà di sbagliare, la libertà di sperimentare percorsi di formazione che non considerano solo l’aspetto professionistico, la libertà di provare a capire sulla proprio pelle che cos’è la libertà.
Si, la libertà, caro preside…questa cosa così inoggettivabile, questa libertà che è dire un po’ tutto e un po’ niente.
Un termine inesauribile che costringe a coinvolgere gli angoli più remoti dello sforzo immaginativo.
La libertà che dà spazio alla creatività, alle cose nuove, alle risposte non scontate, alle persone del nuovo millennio.
La libertà che non si possiede mai, perché libertà si è.
E c’era una cosa che mi colpiva tanto dei suoi atteggiamenti, o forse per meglio dire, della sua comunicazione non verbale.
Accadeva spesso che durante una conversazione lei distogliesse lo sguardo da me o da chiunque fosse il suo interlocutore per osservare fuori dalla finestra del suo studio. Era più che un osservare, era un vero e proprio fissare costantemente la finestra.
Ecco, a me piace immaginare che fuori da quella finestra cercasse questa libertà, che provasse a fissarla, a contemplarla, anche a catturarla per un solo attimo.
Preside, sorrida. Questa cosa indefinibile chiamata libertà, non aveva bisogno di cercarla fuori, ma ce l’aveva dentro.
Anzi, non l’aveva, ma le apparteneva.
Lei era libertà.
Ed era forte, forte come la vita.
Anzi, è forte. Perché la libertà non si ferma neanche con la morte. Quindi lei è libertà.
Perché la libertà e la vita sono due cose fortissime. O forse sono la stessa cosa.
Se lo ricorda Vecchioni, caro preside? Quanta fatica per organizzare quell’evento. Ecco, proprio lui cantava: “la vita è così forte che attraversa i muri per farsi vedere, la vita è così vera che sembra impossibile doverla lasciare, la vita è così grande che quando sarai sul punto di morire pianterai un ulivo
convinto ancora di vederlo fiorire.”
Io ho la certezza che lei ha piantato migliaia di ulivi, caro preside. L’ha fatto con ogni studente che ha incontrato in tutti questi anni.
E non smetteremo di ringraziarla.
E non smetterò di ringraziarla.
Tre anni fa, quando ho lasciato il liceo, ha voluto che tutto il Collegio Docenti leggesse la mia lettera di addio. Ecco, bene, sappia che io adesso farò di tutto per far leggere questa lettera a Dio, affinché capisca che è stata una persona libera e che dunque merita un posto speciale nella grande scuola del cielo.
Arrivederci, caro preside, a più tardi in Presidenza.
Un pensiero a lei che era, è e sarà libertà.
-Giuseppe Fusaro

