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Siinardi: breve guida ragionata per un “No” deciso e consapevole alla fusione. Geraci torni sui suoi passi o si dimetta

Posted on Agosto 20, 2017 By Redazione

E’ necessaria una doverosa e breve premessa: con l’entrata nell’Euro e la consequenziale perdita della sovranità monetaria (ovvero la possibilità di stampare la lira) l’Italia si è trovata a fare i conti con un immenso debito pubblico da ripagare e precisi parametri di finanza pubblica da rispettare. 

Si è trovata a fare i conti, quindi, con meno soldi a disposizione e ha dovuto, necessariamente, cominciare a “tirare la cinghia” in qualche modo. Tutti i bilanci dello Stato, approvati subito dopo l’ingresso nell’Euro, vanno in una sola ed unica direzione: taglio alla spesa pubblica e, quindi, spending review.

E qui, giocoforza, si inserisce anche il discorso sulle fusioni dei Comuni. Nonostante le primissime leggi riguardanti i fenomeni di fusione comunale siano di molto antecedenti all’introduzione dell’Euro, è proprio in seguito a quest’ultimo avvenimento che tale fattispecie ha conseguito un’importanza sempre più strategica per lo Stato e per il suo piano di tagli della spesa pubblica. In realtà, il totale dei Comuni italiani, attualmente pari a 7.978 per 60,5 milioni di abitanti, non è affatto differente dal numero dei Comuni esistenti presso i nostri “vicini di casa”, come Germania, Francia o Spagna. Tutt’altro, invero. In Germania, infatti, esistono 11.054 Comuni per una popolazione di poco superiore agli 82 milioni di abitanti. In Spagna, relativamente ad una popolazione di 46,5 milioni di abitanti, vi sono 8.119 comuni, quanti quelli esistenti in Italia ma con ben 15 milioni di abitanti in meno. Vi è poi il particolare caso Francese. In Francia, infatti, a fronte di 64 milioni di abitanti, esistono ben 36’658 Comuni e la cosa interessante è che il 90% di questi conta meno di 2’000 abitanti. Quest’ultimo caso risulta essere davvero molto curioso. Infatti, anche oltr’alpe, esiste una legge sulle fusioni omologa alla nostra ovvero la famosa legge “Marcellin”, risalente addirittura al 1971, la quale introdusse la fattispecie del “Comune Associato” appunto per diminuire decisamente l’esorbitante numero di enti locali Francesi.

Ebbene, anche in Francia come in Italia, tale legge ha riscontrato uno scarsissimo successo. Infatti, ad oggi, sono solo poco più di 700 i Comuni Associati Francesi che hanno beneficiato di tale legge (meno del 2%), e la stragrande maggioranza si è “associata” solo nei primi 4 anni successivi all’introduzione della stessa, ovvero fino al 1975. Dal 1975 in poi, invece, i Comuni Associati Francesi sono stati solo 33, addirittura uno solo dal 2001 ad oggi. E’ del tutto evidente come anche in Francia ci sia stato un effetto “sorpresa”, simile a quello italiano, che abbia fatto inizialmente intendere alle Comunità locali che avrebbero ricevuto chissà cosa in cambio della fusione/associazione salvo poi, nel corso del tempo, accorgersi dell’inutilità di tale strumento, intesa in termini di concreti vantaggi territoriali, evidentemente sulla scorta delle esperienze negative dei Comuni “cavia” associatisi per primi. Del resto, anche in Italia le leggi sulla fusione non hanno avuto alcun successo atteso come abbiano finito per interessare solo una sparuta minoranza di realtà locali. Dal 1946 ad oggi, infatti, sono stati solo 86 i Comuni fusi su oltre 8’000 iniziali (poco più dell’1%). E la stragrande maggioranza di essi riguarda l’accorpamento di frazioni, paesini e paesotti con popolazioni numericamente del tutto irrisorie.

E’ del tutto evidente, dunque, come in relazione alle nazioni europee a noi comparabili per numero di abitanti e vicinanza geografica il “caso Italiano” dei presunti “troppi” comuni esistenti non abbia alcun modo di esistere. E’ per tali motivi che la voluta riorganizzazione dei Comuni da parte dello Stato, sfociata in numerose e anche recentissime leggi sulla fusione comunale, non può e non deve essere intesa come nata semplicemente per correggere un’anomalia tutta italiana (che non esiste) ma, più specificatamente, tale riorganizzazione è tesa solo ed esclusivamente a permettere allo Stato di conseguire maggiori risparmi sulla spesa pubblica, riducendo il numero delle realtà comunali e, quindi, le spese ad esse riconducibili. E, tale fattispecie, non è certo il frutto di un mio pensiero personale ma è direttamente riscontrabile nelle stesse leggi che disciplinano la fusione, almeno per chi le ha lette e, soprattutto, ha inteso comprenderle. Tali leggi identificano per i comuni fusi solo ed esclusivamente tre (leggasi 3) “vantaggi” (se così possono essere chiamati) tra l’altro del tutto temporanei:

1) deroga al patto di stabilità (i Comuni potranno spendere più soldi. E sarebbe un “vantaggio”, ad esempio, consentire ad un Comune come Corigliano, il quale con l’Amministrazione Geraci si è già indebitato fino al collo raggiungendo il record di 67 milioni di euro, di fare ancora più debiti che poi, per intenderci, pagheremo noi con maggiori tasse o minori servizi ricevuti? Ma poi, spendere di più per fare che cosa? I sotterranei di Piazza Salotto? Le dune sul lungomare? Ospitare ancora più cani al canile?).

2) sblocco del turnover (possibilità di assumere nuovi dipendenti pubblici. E sarebbe un “vantaggio” consentire al Comune di Corigliano di assumere nuova gente pagata con i soldi nostri? Per andare a fare che cosa? Per svolgere quali ruoli e quali funzioni? Per produrre quali nuovi servizi?)

3) Incentivo statale decennale (“bonus” che verrà calcolato anno per anno ed il cui ammontare dipenderà dalla capienza del fondo a tale scopo destinato e dal numero delle fusioni in atto. La Legge fa riferimento ad un incentivo “fino a” 2 milioni di euro. Ovvero, il massimo che si può ricevere è 2 milioni peccato, però, che la legge non faccia alcun riferimento al minimo. Tradotto significa che si possono prendere 2 milioni all’anno per 10 anni oppure magari solo pochi euro all’anno per gli stessi 10 anni. Il tutto dipenderà, appunto, dalla capienza del fondo finanziato annualmente dallo Stato e dal numero di comuni fusi che saranno in coda per ricevere l’incentivo).

E’ del tutto evidente, allora, il senso delle leggi sulla fusione. Lo Stato incentiva i Comuni a fondersi. I Comuni riceveranno per 10 anni 4 spicci che nemmeno sono sicuri e, finiti i 10 anni, lo Stato comincerà a risparmiare un sacco di soldi atteso l’accentramento ed il taglio dei servizi, nonché la riduzione del personale. E il risparmio per lo Stato sarà eterno in quanto la fusione è irreversibile. Il “giochetto” è semplice: ti incentivo a fare una cosa che non faresti mai ed in cambio di do un po’ di soldi (sempre che poi arrivino davvero), poi però, finita la “festa”, lo Stato avrà raggiunto il suo scopo: taglio alla spesa pubblica e riduzione irreversibile del numero delle autonomie locali, ed il tutto a spese delle comunità fuse. Tanto più come, almeno allo stato attuale, non esista alcun progetto che certifichi come da un’eventuale fusione Corigliano-Rossano i Cittadini interessati possano sicuramente beneficiare di vantaggi tangibili quali meno tasse da pagare a parità di servizi ricevuti o maggiori servizi di cui poter usufruire a parità di tasse pagate.

A ciò si aggiunge un ulteriore ragionamento di carattere prettamente politico. Negli ultimi anni il Comune di San Giovanni in Fiore (17.500 abitanti, meno della metà della sola Corigliano) ha espresso il Presidente della Regione Calabria mentre il Comune di Aiello Calabro (1.857 abitanti, meno di quelli di Contrada Fabrizio allo Scalo) ha espresso il Presidente della Provincia Iacucci. Cosa hanno espresso le comunità di Corigliano e Rossano (80’000 abitanti) alle scorse elezioni provinciali tenutesi, proprio, nel bel mezzo dell’iter associativo? Un solo ed unico consigliere provinciale. E ciò dimostra inequivocabilmente come non ci sia alcuna correlazione positiva tra numero di abitanti, ampiezza del territorio e rappresentanti politici dello stesso. Un territorio maggiore per dimensioni e numero di abitanti non comporterà automaticamente alcun maggiore “potere” politico. A fortiori se si considera anche come Cosenza e Rende abbiano già elaborato una fusione formale per un territorio, di fatto, che è associato da sempre attesa l’immediata contiguità territoriale dello stesso. Fusione che consentirà alla nuova entità Cosenza-Rende di continuare ad essere la prima realtà locale per numero di abitanti. Per Corigliano non cambierebbe nulla. E’ attualmente la seconda Città della Provincia per numero di abitanti ed anche in seguito all’eventuale fusione con Rossano continuerebbe ad occupare la seconda posizione dietro Cosenza-Rende. Diverso, invece, sarebbe il discorso relativo ad un’ulteriore espansione del progetto di fusione verso nord: la Città di Sybaris, inglobando Corigliano, Rossano e Cassano, con i suoi 100 mila abitanti, potrebbe di sicuro rappresentare un esperimento politico di tutto rispetto oltreché un brand internazionale spendibile e riconoscibile in tutto il mondo.

Non esiste alcun altro “vantaggio” disciplinato dalle leggi sulla fusione e direttamente riconducibile a questa, oltre ai 3 previamente indicati. Non riaprirà alcun tribunale. Non aprirà alcun nuovo ospedale, oltre a quello già previsto. Non verrà costruita alcuna autostrada. Non arriverà alcun investimento privato. L’idea di fusione Corigliano-Rossano, così come irresponsabilmente approvata dal Consiglio Comunale Coriglianese, poggia su fondamenta d’argilla, in assenza di qualsivoglia progetto di sviluppo concreto ed in assenza di qualsiasi serio studio di fattibilità che ne identifichi univocamente e ne attesti al contempo gli eventuali pregi e difetti. Qualora l’atto d’impulso non dovesse essere revocato nel prossimo Consiglio Comunale, Geraci si preoccupi di rassegnare irreversibilmente le sue dimissioni così come promesso, e già cristallizzato, nell’ultima deliberazione comunale. Ciò rappresenterebbe per tutta la Cittadinanza Coriglianese solo un irrisorio risarcimento per 4 anni di scempi amministrativi, culminati con l’insediamento di una nuova Commissione d’accesso agli atti incaricata di verificare l’eventuale sussistenza di infiltrazioni mafiose tra le mura di Palazzo Garopoli.{jcomments off}

 

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