Nel marzo di quest’anno giudici della Suprema Corte di Cassazione confermarono le condanne inflitte dalla Corte d’Appello di Catanzaro (Presidente Anna Maria Saullo, a latere Isabella Russi ed Alessandro Bravin) nei confronti dei fratelli coriglianesi Maurizio e Fabio Barilari nell’ambito del maxiprocesso “Santa Tecla” contro la locale organizzazione di ‘ndrangheta. A distanza di sette mesi sono state rese note le motivazioni di quella decisione adottata dagli “ermellini” romani, i quali nel vergare le tesi a sostegno della decisione del marzo scorso hanno in pratica confermato l’intero impianto accusatorio nei confronti dei Barilari,
costruita a suo tempo dall’attuale Procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, Vincenzo Luberto, e fatta propria dal Procuratore generale presso la Corte d’Appello catanzarese, Salvatore Curcio, il quale aveva ottenuto, in appello, la conferma delle condanne inflitte in primo grado presso l’ex tribunale di Rossano. Come si ricorderà in appello al 46enne presunto capo ‘ndrina di Corigliano, Maurizio Barilari, vennero inflitti 19 anni e sei mesi di reclusione, mentre 12 anni vennero comminati al fratello 44enne, Fabio Barilari. L’accusa nei confronti dei germani era associazione mafiosa nonché una fitta serie di estorsioni consumate negli anni scorsi proprio nel coriglianese. Secondo i magistrati di piazza Cavour quanto ribadito dai giudici d’appello è da sottoscrivere in pieno, e cioè che: “ per ottenere le prestazioni estorsive era sufficiente la mera richiesta con la proposta di affidare i lavori a ditte indicate come vicine alla cosca, fatto sintomatico – scrivo ancora i giudici romani –di per se stesso dell’autonoma carica di intimidazione diffusa esistente in luoghi caratterizzati dal concreto radicamento di metodi delinquenziali mafiosi”. Così come i giudici romani ritengono attendibili le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia a proposito di determinati fatti raccontati nel corso del processo. Da qui un pieno riconoscimento, come si diceva, al lavoro effettuato dai magistrati della Dda di Catanzaro. Ricordiamo che il processo ai fratelli Barilari era uno dei due tronconi del maxiprocesso “Santa Tecla”, che aveva portato, tra l’altro, allo scioglimento del consiglio comunale di Corigliano per infiltrazioni mafiose, e che ha già visto 38 persone, quasi tutte coriglianesi, definitivamente condannate in Cassazione il 9 gennaio di quest’anno. Maurizio Barilari, secondo le sentenze di Rossano e di Catanzaro fu esattore del “pizzo” nonché capo della ‘ndrina attiva ed operante nel coriglianese sotto l’egida del locale di ‘ndrangheta guidato dagli “zingari” di Cassano Jonio e capeggiato da Franco Abbruzzese. Almeno a partire dall’anno 2000 e fino al suo arresto, avvenuto il 16 luglio del 2009 con la maxioperazione “Timpone Rosso” nell’ambito del cui maxiprocesso è stato condannato a 28 anni, in appello, dai giudici della Corte d’Assise di Catanzaro, per la propria supposta partecipazione agli omicidi di Giorgio Cimino, vittima nel 2001 d’una vendetta trasversale di ‘ndrangheta perché padre dei due collaboratori di giustizia Giovanni ed Antonio Cimino, e poi di Vincenzo Fabbricatore e Vincenzo Campana, trucidati nel marzo dell’anno successivo. Per questo Maurizio Barilari è da oltre cinque anni detenuto nelle carceri di Parma prima e attualmente de L’Aquila in regime di 41-bis.
Giacinto De Pasquale

