
Quest’inverno è diverso e tarda ad annunciarsi l’attesa primavera. V’è nell’aria come una mestizia, quale quella che sorprendo negli occhi tuoi, Padre mio, al vespro, mentre t’abbraccio e ti dico che tornerò domani. E neppure mi sfugge il tuo passo lento, se mi volto a guardarti ancora, quando già sei in fondo al corridoio e t’appresti a rientrar nella tua stanza. Sei qui, in ospedale, per lenire un dolore.
Ma perché, d’improvviso, questo farsi concitato intorno al letto? I medici, quanti, questa notte terribile e dolce! Ed io a tenerti le mani, già fredde, e a carezzarti il viso, che mostra il soffrire e l’affanno. E intanto s’accosta, pietosa, la buona Suora Emiliana, che veglia e ci dice che prega, così come noi. Il cuore disposto alla pace, t’addormenti che è l’alba e te ne vai, Padre, mentre un fievole raggio di sole, dall’invetriata in fondo al corridoio, annuncia il primo giorno di primavera, in Roma… Era il 21 marzo 1974.

