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  • Domenica alla Chiesa del Carmine “La Bellezza. Eroi ed Eroine del Passato”

’A Putiga ’i Ciccilli ’i Murruni


Dal 2° volume de “Le Botteghe di una volta” di Corigliano Calabro, pubblicato dalla libreria “Il Fondaco” il 25 febbraio del 2018.

Quando da ragazzino andavo dalla nonna, za ’Ntunetta, ero molto felice per vari motivi. Tre in particolare. Il primo, per ricevere da lei una dolce carezza, che mi trasmetteva, attraverso le sue mani rugose, tanta sicurezza e tanto amore. Il secondo, per avere un suo regalo che custodiva dentro il suo mondo segreto: ’u casciuni, una cassa rettangolare in legno, profonda, con un coperchio sulla parte superiore, molto pesante, che si apriva tramite una robusta cerniera.

Il terzo, ed ultimo, per affacciarmi dal suo balconcino e ammirare le numerose persone che entravano o uscivano dalle botteghe di via Roma, le automobili, il pulmandella ditta Scura. Insomma per me, abituato ad affacciarmi da quel balconcino di via Carso n. 6, tanto piccolo che non si poteva stare neanche in due, per vedere passare di tanto in tanto qualche ciuccio(asino) o qualche personaggio, come Giacumini ’i ru sapuni(Giacomo venditore di sapone) o don Lisanni ccu ru ciucci(don Alessandro con l’asino), era uno spettacolo affacciarmi da quello di casa di mia nonna, perché mi dava una particolare sensazione nel vedere il viavai di tanti uomini e ragazzi (raramente qualche donna).

Tutto si svolgeva con una certa armonia, ed era talmente bello che, quando la nonna si distraeva, io me la defilavo per ammirare da vicino qualche bottega caratteristica. Ce n’erano tante. Ma tra queste, due in particolare, ’a putiga’i ri quarareri, gli stagnini Giorgio Plastina e Antonio Bellito, e quella ’i Ciccilli ’i Murruni(Francesco De Carlo), una bottega con mille articoli, forse di più, e con una scritta particolare: Bazar. Questo termine non lo conoscevo e mi dava, non so perché, l’idea di una parola sgradevole. Invece no. Col tempo capii che questo termine indicava semplicemente un locale commerciale pieno di oggetti di ogni sorta, ammassati alla rinfusa.

Quando mastro Giorgioe il giovane Antonio non facevano le operazioni di zincatura, che mi attraevano molto, andavo di fronte, un po’ più giù, in via Roma n. 139, ad ammirare questa bottega diversa dalle altre, piena di merce e di articoli di ogni genere.

Appoggiato ad una piccola inferriata, guardavo attraverso una finestra protetta da una grata la merce dentro la bottega. Non contento di vedere solo una parte di questi locali situati al di sotto del livello del marciapiede, scendevo un po’ giù, davanti alla porta d’ingresso, per ammirare i tanti articoli presenti in questa grande stanza. Ma solo per pochi secondi, perché avevo paura di ricevere qualche rimprovero da parte di un uomo elegante, dai capelli leggermente ricci, quasi sempre in doppio petto e cravatta, chiamato da tutti Ciccilli ’i Murruni.

Quest’uomo, non so perché, mi incuteva una certa ansia, quasi un timore. Poi, col tempo, capii che si trattava di un uomo buono, cordiale, generoso, espansivo e, in un certo senso, estroverso, cioè dotato di una grande fantasia creativa.

Ciccilli ’i Murruni, all’anagrafe Francesco De Carlo, era nato il 30 aprile del 1916. Ragazzo vivace e intelligente, frequentava numerose botteghe della città, mostrando un particolare interesse non tanto per quelle artigianali, ma per quelle commerciali. In breve, era attratto dal linguaggio cerimonioso dei commercianti nei confronti del cliente, durante la contrattazione dei prezzi della merce. Altri tempi. Quando il prezzo era anche una variabile dipendente… dal cliente.

E così Francesco, al ritorno della Seconda Guerra Mondiale, organizzava presso la casa della madre a ru cuozzi ’i Cimino, via 4 Novembre, la vendita di abbigliamenti usati, quelli di provenienza americana, acquistati a Napoli con i pochi soldi che riusciva a mettere da parte o che chiedeva in prestito a qualche suo parente o amico.

Erano tempi duri e difficili. Ogni mattina ci si alzava col pensiero di inventarsi un mestiere per portare a casa un pezzo di pane.

Francesco De Carlo, uomo estroso, intelligente, di intuito pronto, consapevole della profonda crisi economica che attanagliava la nostra città, si dava da fare in tutti i modi. Si inventava di tutto, e di più. Rendendosi poi conto che lo spazio della casa a ru cuozzi ’i Ciminoera insufficiente per il suo commercio, non si perdeva d’animo.

Come altri commercianti ambulanti di allora, piazzava parte della sua merce a ra Gghjazza(piazza Vittorio Emanuele), dove si svolgeva un mercatino dell’usato, che la gente con disprezzo chiamava ’u mercati ’i ri zinzuli (il mercato dei cenci).

Gli inizi degli anni ’50 per Francesco furono anni di grandi sacrifici. Esposto, talvolta, alle intemperie del tempo, avvertiva l’esigenza di trovare un locale, anche piccolo, per esercitare in maniera più stabile il suo lavoro di commerciante.

Lo trovava in via Roma n. 110. In questo piccolo locale, oltre all’abbigliamento usato, venderà anche scarpe, stivali, prodotti di merceria e tanti altri articoli. In breve, vendeva tutto ciò che riusciva a mettere, anche in maniera ammucchiata, in questo piccolo mondo di pochi metri quadrati.

Resterà qui solo pochi anni. Poi, nella prima metà degli anni ’50, prenderà in fitto i locali dell’avvocato Attanasio, un po' più giù, sutta l’Archi, ai piedi del Ponte Canale, esattamente al numero civico 102.

Finalmente, locali ampi che si adeguavano abbastanza bene all’attività commerciale ’i Ciccilli ’i Murruni.

Li arredava con scaffalature in legno e qualche piccola vetrina per tenere la merce in modo più ordinata, e non più alla rinfusa come prima. In questa nuova bottega, venderà una grande varietà di prodotti, realizzando così il suo grande sogno da giovane: aprire un grande negozio di mille e più articoli.

Infatti, venderà di tutto. Perfino i giocattoli per bambini. In particolare le bamboline, quelle che posizionate in orizzontale chiudevano gli occhi, i famosi ciucciarielli(asinelli) con le rotelle, cavallucci a dondolo, macchinine a pedali, tricicli (in ferro), trottole…

Durante il mese di dicembre, Francesco si recava più volte a Napoli per tenere sempre fornita la sua bottega di giocattoli, di addobbi natalizi e perfino di fuochi pirotecnici, quelli autorizzati alla libera vendita, ma anche quelli proibiti che vendeva sottobanco: petardi, botti, girandole, razzi… Insomma, il periodo natalizio per Ciccilli ’i Murruni, nonostante anche qualche piccola disavventura per le vendite non consentite dalla legge, era il periodo dei grossi guadagni. Lo spazio antistante la sua bottega, quello relativo al solo marciapiede, era illuminato di sera da grosse lampadine colorate, che trasformavano l’intera zona ’i sutta l’Archiin uno scenario suggestivo di colori e di luci, che facevano invidia alle famose bancarelle dei quartieri napoletani. Una grande attrazione e un punto di riferimento per tantissimi miei concittadini.

Il materiale pirotecnico che non vendeva durante il periodo natalizio lo conservava, per poi utilizzarlo dopo qualche mese, in aprile, durante i festeggiamenti del Santo Patrono.

Infatti, il 24 aprile, l’estroso Francesco forniva gratuitamente a tutte le famiglie che abitavano vicino alla sua bottega, nonché ai passanti e a tanta altra gente, il resto dei bengaliinvenduti nel periodo natalizio, invitandoli ad accenderli quando la processione di San Francesco si trovava nei pressi della sua bottega, per dare inizio ad uno spettacolo singolare.

E così, quel tratto di via Roma, compreso tra il Ponte Canale e Piazza del Popolo, veniva illuminato da mille colori. Anche la nuvola di fumo che si propagava verso l’alto, interpretata dai credenti come segno di gloria verso il nostro santo Patrono, e il fragoroso e prolungato applauso di tutti i presenti facevano da cornice a questo straordinario spettacolo, che terminava davanti alla cantina di zio Antonio, fratello di mio padre.

Infatti, proprio davanti alla sua cantina, mio zio, salendo su un tavolo in legno massello, deponeva attorno al collo del Santo una collana di tredici banconote da diecimila lire, quelle dalle grandi dimensioni. Un gesto generoso, dettato dalla sua grande devozione a San Francesco. Oggi purtroppo non è più così. Sono venuti a mancare quei sani principi che albergavano nei cuori delle persone veramente devote. Ma questa, come spesso dico, è un’altra storia.

Ritorniamo a Ciccilli ’i Murruni. Un vero personaggio della mia Città che non si interesserà solo di commercio. Collaborerà anche con Antonio De Luca – proprietario di una bottega di armeria in via Roma n. 108 – per le pratiche da sbrigare a coloro che dovevano partire per l’Argentina, in cerca di nuova fortuna.

Era sempre il De Luca che preparava la documentazione cartacea, mentre era Francesco che accompagnava queste persone a Napoli per le visite mediche preliminari.

Francesco De Carlo, l’uomo tutto fare, alla fine degli anni ’50, lasciando la gestione della bottega alle due figlie, Pompea e Silvana, e ad un suo nipote, Francesco (Ciccillo) Zanzurino, decideva di aprire un altro punto vendita.

Lo apriva dove prima c’era stata la cantina di Giuseppe Mollo (Pippini ‘u vasci), accanto alla sartoria di mastroMarcello Madeo, e precisamente in via Roma n. 139. In questo secondo punto vendita, inseriva nuovi prodotti: sedie a sdraio, ombrelloni, cappelli, camicie, scarpe, grembiuli, tute, ombrelli, articoli di pelletteria e di profumeria… In breve, quell’insegna con la scritta BAZAR, esposta sopra la sua bottega, era la sintesi di come interpretava il commercio Ciccilli ’i Murruni, uomo dalle larghe vedute, che in qualche modo anticipava i tempi attuali.

Allegro, estroso, era già da tempo diventato amico di molti grossisti importanti di Napoli, per cui comprava tutto ciò che voleva senza alcun problema e sempre con l’intento di riempire le sue botteghe.

Negli anni ’60, comprerà, un po’ più sopra di quest’ultima bottega, un appartamento che, dopo qualche traversia, trasformerà in un nuovo negozio, con l’ingresso in via Roma n. 139A. La lettera “A” aggiunta al numero civico è dovuta al fatto che il De Carlo aveva trasformato una finestra in una porta d’ingresso.

Se passate da quelle parti noterete anche i cinque gradini per accedere alla bottega e una grande vetrina esterna per l’esposizione di alcuni prodotti.

In questi ultimi locali si concluderà la lunga esperienza commerciale di Francesco, che lascerà quest’ultima attività commerciale ai due figli, Cosimo e Antonio.

Francesco De Carlo, l’uomo dalle mille idee, dai capelli leggermente ricci, quasi sempre in doppio petto e cravatta, estroso, forse anche un po’ stravagante, ma di certo uno dei personaggi più popolari di Corigliano negli anni ’50 e ’60, conosciuto da tutti come Ciccilli ’i Murruni, ci lasciava l’11 marzo del 1981.

Con la sua dipartita, si spegneva una delle tante luci colorate che illuminavano l’arteria principale della nostra città: via Roma.

Oggi, le porte delle botteghe di via Roma, dove Francesco De Carlo ha esercitato le sue attività commerciali sono chiuse. Tranne una. Quella ’i sutta l’Archi, via Roma n. 102. L’insegna con la scritta Bazarè stata sostituita con una murale con la scritta ”Luigi”, illuminata da un faro, come segno benaugurale che si possano riaccendere le tante luci di una volta di via Roma e di tutto il Centro Storico.

 

 

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