Era il 1968.Laureato,ormai da tempo,tornai a Trieste,a rivedere vecchi amici e ripercorrere...vecchi luoghi. Ad accogliermi,tanto per ricambiare le mie accortezze nei loro confronti quando,smarriti ed infreddoliti arrivarono a Trieste,per la prima volta,furono Ciccillo Luzzi e Giovanni Avolio.

 I miei due “cuccioli” (così li chiamavo sin dai tempi del loro primo impatto con la città giuliana) arrivarono a Trieste in una giornata di bora furente e gelida.Andai ad incontrarli alla stazione.
Li trovai infreddoliti ed ancora intontiti per la notte trascorsa in treno.Battevano i denti per il freddo e,a giudicare dai loro vestiti, sembravano due turisti diretti a... Dakar.
Giovanni indossava un impermeabilino color avorio e Ciccillo, nemmeno quello,una giacchetta sportiva,anche se di buon taglio,ma adatta a climi ...”tropicali”.
Mi venne da dirgli : ragazzi,probabilmente non sapevate che Trieste,oltre ad essere una delle città più settentrionali d’Italia, è la città della “Bora”.Sentite questo vento che,con violenza e turbinio,ulula e fischia fuori della stazione?Proviene dalla gelida Siberia.
Non replicarono più di tanto.Si limitarono,all’unisono,a dire: “A casa abbiamo lasciato un sole che spaccava le pietre”. Ed io: appunto,a casa.Ma non dimenticatelo,quì siamo a Trieste. Ed a spaccare qualcosa ci pensa la bora,non le pietre,la faccia. Facemmo a gara,tutti noi anziani,a ricoprirli ed ospitarli in case ben riscaldate,fino a quando non si equipaggiarono con tutto un adeguato abbigliamento invernale.
Come prima cosa li accompagnai alla facoltà d’ingegneria civile che era rimasta,ancora,romanticamente ospitata nell’antica sede storica,in Via dell’Universita Vecchia,insieme con la facoltà di... lettere.E non occorre dilungarmi sulla gradita sorpresa che fu,per loro,scoprire,che quella facoltà,era frequentata tutta da donne,e da qualche...seminarista.
A bilanciare il “gap” era la presenza degli studenti d’ingegneria fatta di tutti maschi. Ciccillo e Giovani,senza darlo a vedere,si leccarono i baffi.
Incontrammo Franca e gliela presentai:”la mia ragazza”.
Incontrammo Maria Rosa e gliela presentai:”la mia ragazza”.
Incontrammo Branka e gliela presentai :”la mia ragazza”.
Per fortuna non incontrammo Kiki che,tra l’altro,era una donna già sposata,perchè si sarebbe ingenerata una imbarazzante e sviante confusione se,nel fare le presentazioni,avessi detto: vi presento la mia...”signora”.
Entrambi,appena fummo soli: Scusa,ma è così che funziona quì a Trieste? Ed io con un sorriso sornione:”più o meno,sì”. Comunque,non meravigliatevi più di tanto se,ogni volta,dicevo: “Vi presento la mia ragazza”. Capirete che non potevo,in modo assoluto dire,ogni volta,suscitando feroci reazioni:
Vi presento “una delle mie ragazze”.
Impararono così bene la lezione che non ebbero mai bisogno dei miei consigli.Seppero destreggiarsi al meglio,anche con le tante straniere (più che altro austriache)che venivano a Trieste. Ci fu la volta che Franca m’invitò ad andare in Friuli,a San Vito al Torre,dagli zii che erano proprietari di una grande fornace di laterizi.Mi portai,a farmi compagnia,Ciccillo.Inforcammo la mia Vespa ed allegramente giungemmo,graditi ospiti,a San Vito.
Fu un bel “week end”.I cugini ci portarono a visitare la fornace e poi ci condussero nelle soffitte di enormi locali a servizio di quella che era stata una delle più importanti fornaci friulane degli anni trenta e quaranta.
Quando aprirono una di quelle porte ci si presentò una scena che ci mozzò il respiro : adagiata sul pavimento un’enorme distesa di busti del Duce,a centinaia,tutti in terracotta.
Prima della caduta del fascismo li producevano per fornirli a tutte le organizzazioni fasciste italiane,adeguatamente verniciati color bronzo.
Io mi ripresi subito dallo sconcerto.Ciccillo stentò a riprendersi e andava ripetendo,sottovoce,”tutt’ chilli cap’i Mussolin”. Non riuscimmo a capire se li avessero conservati nella speranza di un impro. babile ...”ritorno” o se temevano rappresaglie nel palesarne il possesso per poi procedere alla distruzione.
E durante il viaggio di ritorno,di tanto in tanto,Ciccillo,che mi stava appiccicato dietro,in vespa,mi sussurrava all’orecchio: “...ma tutt’ chilli cap’ i Mussolin”.
E ci fu la volta che Giovanni si fratturò il braccio destro. Bisogna sapere che a Trieste,a livello mare,non nevica,mai. Però nevica sull’altipiano Carsico che si estende a ridosso di Trieste,a quota giusta per nevicare.Ma la bora,fra i tanti fastidi, ne combina uno incredibile.Quando nevica sul Carso,la perfida e micidiale bora spinge quella neve sulla città e,perdendo ,per gravità,l’iniziale velocità,cade sulla città imbiancando appena appena i tetti e le strade ma,per la bassissima temperatura indotta dalla bora,quel velo di neve ghiaccia immediatamente.
Giovanni,ormai conscio di doversi ben difendere dal freddo con opportuno abbigliamento,non immaginava che Trieste,con vento e con bora,offre altre insidie,diventando una trappola micidiale. E Giovanni,pimpante come al solito,con il suo spavaldo modo di camminare,scivolò su quella perfida lastra di ghiaccio,nel punto più romantico della vecchia città,dove i negozietti erano ancora quelli della città asburgica,cosiddetta città teresina,le bettole ancora quelle dove si serviva la polenta col tocio,e la “porcina“, calda calda, afferrata con un lungo forchettone,che pescava nel pentolone, te la servivano nel panino di segala.
E le peripatetiche,sempre in attesa di...affamati marinai appena sbarcati.
E il negozio che vendeva il carbone,combustibile,a quei tempi, ancora molto usato nelle stufe domestiche.
I presenti raccontarono,per molto tempo, di un “cabibo”,(così a Trieste chiamano,affettuosamente,i meridionali,come per voler significare gli abitanti della “Kabilia” maghrebina) che scivolò e le urla di dolore echeggiarono per tutto il quartiere malfamato di “Cavana”.Lo soccorsero in tanti,probabilmente anche le puttane (di solito sempre le più generose) portandolo nella più vicina rivendita di carbone,in attesa che lo conducessero all’ospedale. Ma le scene più gustose furono quelle che seguirono.
Una certa maschera di dolore gli era rimasta stampata nei mimici facciali,e se la portò appresso per mesi,con intenti,probabilmente involontari,di suscitare “compassione”.E poi,quel gesso al braccio, divenne un archivio di autografi e vignette e barzellette,che lui esibiva con simpatica ostentazione.E con la sinistra accarezzava sempre il poso in prossimità del gesso,come per effettuare una ...ginnastica riabilitativa,mentre,con ritmo costante,faceva oscillare il pugno destro in sù e in giù,mimando,senza saperlo,il ben noto “gesto... dell’ombrello”.
E giù risate a crepapelle,specialmente delle ragazze,per quella involontaria ed inconfondibile manovra del vaffa’...che,poi,non era rivolta a nessuno.
E finalmente,quando gli tolsero il gesso,riprese il suo baldanzoso passo spavaldo,col petto in fuori e la sicurezza di godere della benevolenza di amici e conoscenti che,in fondo,ne apprezzavano il carattere socievole.
Quella volta che entrò nell’androne dell’Università,scanzonato,con l’aria di unocui la vita sorride,ci girammo tutti (direte, a guardare? Ma no) ad annusare l’aria fetida che coincise con il suo ingresso. E tutti,compreso Giovanni,ci giravamo intorno,a narici spianate, per individuare la fonte di quel lezzo.Nulla.
Solo quando guardammo a terra,e ad ogni passo di Giovanni si notammo che si stampava sul pavimento un’imponta di merda,ci rendemmo conto di cosa era successo. Giovanni,per strada aveva,inavvertitamente,pestato un escremento di cane,e con molta “non chalance” ce ne aveva portato gli effluvi fin dentro il tempio del “regno della Sapienza”.
E qui voglio chiudere con Giovanni con un ultimo episodio che sa di tragico e di ...comico.
Si usava dare la caccia alle matricole che,poi,guarda caso,erano sempre femmine.
Ne individuammo una tutta impaurita,che si guardava intorno con smarrimento,per cui con infierimmo più di tanto. Sopraggiunse Giovanni che,ovviamente,non si era ancora reso conto delle sue precarie condizioni.Subito si dedicò alla vittima e, agitando la mano in faccia alla poverina comiciò a porle domande autoritarie,sempre col dito indice puntato in faccia alla digraziata: allora,come ti chiami,di dove sei,che facoltà fai,e sempre quel dito oscillante sotto il naso.
Fu un attimo.La poverina,colta da un involontario “raptus”.azzannò quel dito effettuando una specie di “circoncisione”della falangetta, con un taglio profondo fino all’osso.
Restammo tutti esterrefatti,più di tutti Giovanni,che quasi in lacrime, si rivolse a me:Erne’,hai visto? Ed io dovetti assolvere al duplice compito di medicare Giovanni ma, più che altro,prendermi cura di quella poveretta che,probabilmente, era stata colta da una incontrollabile crisi di nervi.
Ma tutto è bene quel che finisce bene.
Con Ciccillo ci fu un periodo che abitavamo nella stessa pensione, sulle pendici di San Giusto.La strada che s’inerpicava per la salita di Viale terza Armata,presentava una curva ad angolo retto proprio in corrispondenza di casa nostra.Ed io dormivo nella stanza che dava sulla curva,appunto alla fine di una ripidissima discesa.
E Ciccillo mi diceva sempre:”se l’autobus N.30 dovesse,un giorno, disgraziatamente,rompere i freni,viene a finire proprio nel tuo letto. Ed io,adeguatamente,toccavo...ferro.
Un giorno,tutto trafelato,accorse nella mia stanza,col rubinetto del lavabo in mano,urlando:Erne’,s’è rotto il rubinetto.
-E va bene,lo facciamo riparare.
Ma che c...ripari,lì si sta allagando il bagno.
Per fortuna risolvemmo chiudendo la saracinesca d’arresto. E Ciccillo che,esagerando,si riteneva “colpevole” del danno dovuto a sua negligenza,capì che tutto era conseguenza della vetustà di quell’impianto,risalente all’epoca dell’imperatore“Cecco Peppe”. E finalmente si rasserenò.
Tornato,come dicevo in premessa,a Trieste,portai i miei “cuccioli” a mangiare in un ristorante caratteristico del Carso,”LA BORA”. Tra un bicchiere e l’altro di “terrano” Ciccillo mi chiese:
ti ricordi quella casa di Viale terza armata?
-Certo che mi ricordo.
-Bene.L’autobus N. 30 ha rotto i freni ed è,finalmente,entrato nella tua stanza.Rimasi di ghiaccio.
...(continua)

Ernesto Scura


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