Sarà inaugurata oggi, domenica 13 agosto, alle ore 20 presso il Quadrato Compagna di Schiavonea di Corigliano la mostra personale di pittura del giovane artista coriglianese, Alfredo Romio. La mostra rimarrà aperta al pubblico fino al prossimo 19 agosto. Abbiamo incontrato Alfeedo Romio al qualle abbiamo rivolto una serie di domande, anche per farlo conoscere ai tanti utenti che quotidianamente visitano il nostro blog. 

Sei un artista?
“Si, mi considero un artista, ma sempre se si considera l’artista non come artigiano ma come pensatore. Personalmente non condivido affatto coloro che definiscono artisti chiunque tenga in mano un pennello o impasti della plastilina producendo qualcosa di riconoscibile. Anzi, chiamerei artista chi scolpisce con la plastilina qualcosa di orribile molto più di chi fa un disegnino a matita in maniera iperrealistica. L'artista non deve riprodurre, non deve imitare, a meno che non imiti per dire qualcosa di interessante”.
Cosa vedremo alla mostra?
“L’esposizione prevede una dozzina dei miei migliori lavori, risultato della ricerca stilistica e concettuale degli ultimi tre anni. Si avrà la possibilità di vedere santi e personaggi letterari nei momenti più intensi della loro vita, in preda all’estasi o al tormento del martirio, li si vedranno immersi nel presente, con abiti contemporanei e atteggiamenti edonistici, spesso con lo sguardo rivolto direttamente agli occhi del fruitore. Si creerà una vera e propria comunicazione tra il santo durante la sua passione e chi starà guardando la scena. La mostra avrebbe preso il nome della serie di dipinti, ma essendo la prima Personale, ho preferito non dare nessuna indicazione tematica”.
Le persone che verranno a visitare la tua mostra potrebbero pensare che produci un’arte poco elaborata, immediata, oppure potrebbe dire “lo so fare anche io”, come risponderesti?
“Lo stile è sempre la prima cosa che un fruitore coglie, prima ancora di cogliere i personaggi o il concetto dietro ad un lavoro. Negli anni mi sono reso conto di sopportare sempre meno una pittura che fosse esclusivamente figurativa, la trovavo banale e poco coraggiosa, così quando capii che la mia produzione non si differenziava molto da quella che, negli altri, mi annoiava, decisi di fare un piccolo passo in avanti. Cominciai ad eliminare i panneggi e le ambientazioni, fino a quando non eliminai completamente ogni tridimensionalità. Sarebbe stato il colore, dalla valenza simbolica, a produrre plasticità ma non profondità, in modo da semplificare al massimo l’immagine e, per questo motivo, renderla immediata. In più non bisogna dimenticare che l'arte non è qualcosa che si produce con le mani, ma che si crea non la mente”.
Perché i tuoi soggetti sembrano tutti sedurre lo spettatore con il loro sguardo o con le loro pose?
“Dipende. Nella serie che sto esponendo, che prende il nome di Iconography, iconografia, affronto personaggi e luoghi che fanno parte del patrimonio culturale occidentale, personaggi religiosi ma anche letterari, e cerco di infondergli nuova vita. Questa nuova vita non riguarda semplicemente il fatto di dipingerli nel 2017, ma riguarda una nuova concezione, un nuovo approccio alla figura rappresentata. Se io scelgo di dipingere San Sebastiano, non lo dipingo in quanto martire cristiano, o almeno, non solo per questo, ma lo dipingo in quanto giovane soldatino, spogliato e trafitto da una lunga freccia. Non è difficile cogliere in questa iconografia dei connotati dal sapore peccaminoso, così come non è difficile prendere una crocifissione e rendersi conto che Gesù Cristo è prima di tutto un trentenne caucasico dalla corporatura perfetta (dopotutto, è il figlio di Dio), e non un uomo di mezza età dai caratteri somatici orientali. La religione è parte dell'uomo, anche dell'uomo che non crede più. Probabilmente oggi attira poco perché ciò che si pensa quando ci si riferisce alla religione è in una serie di nome comportamentali, ma ci si dimentica di quante storie epiche e leggendarie riguardano giovani santi e sante. Essi erano cavalieri, principesse, veri e propri eroi dotati di tutti quei caratteri e quei desideri che hanno oggi i ventenni. Tante volte, i loro martiri avevano connotati tali da poter stimolare un marchese De Sade così come un Tinto Brass”.
Quale il rapporto con l’attuale visione della religione?
“Una volta, in preda a dubbi di carattere etico riguardo la mia pittura, andai da un prete per confessarmi, mostrandogli i miei dipinti. Il prete non li trovò peccaminosi, poiché essi esalterebbero la bellezza di un’opera Divina, il corpo umano. Da cattolico, tuttavia, mi rendo conto che lo stile di vita ascetico del cristianesimo non si sposi affatto con i miei dipinti, ma si associa quasi alla perfezione con il cristianesimo delle origini, quello dove Maddalena asciuga i piedi di Cristo con i suoi capelli”.
A chi ti ispiri?
“Quando arrivai in Accademia, tre anni fa, credevo che mi sarei potuto ispirare tranquillamente a mostri sacri come Caravaggio, o Monet, o Dalì, tuttavia mi resi conto ben presto che questi artisti, pur facendo la storia dell’arte, parlavano il linguaggio del loro tempo e non quello del terzo millennio. Durante i miei anni di studio fui sottoposto, come in Arancia Meccanica, a quindici ore settimanali di arte contemporanea: proiezioni e analisi di artisti degli ultimi decenni che per i primi mesi non riuscivo a comprendere e ad accettare. Ma come in tutte le migliori leggende auree, un giorno ebbi un’epifania e compresi come l'arte contemporanea parlasse di ogni cosa, dalla minuzia dell’ambiente domestico fino a problemi cosmici. Fino a quando non fui messo di fronte agli artisti che fecero di me ciò che ora credo di essere: Maurizio Cattelan, Jeff Koons, Pierre et Gilles, Giuseppe Veneziano, Francesco Vezzoli, sono solo alcuni dei grandi nomi che ogni giorno mi guidano”.
Cosa ne pensi del panorama artistico locale?
“Molto spesso si immagina il sud come manchevole di menti brillanti, di imprenditori audaci o di artisti validi, la verità è che chiunque si renda conto di poter fare della strada, è ben consapevole che siamo lontani, lontani dagli altri artisti, dalle altre menti. Lasciare la propria casa è il solito dramma che colpisce sempre i giovani e meno giovani calabresi, per cui ne rimangono davvero pochi su cui fare affidamento. Penso, ad esempio, ad un Aroldo Tieri che, coriglianese, trovo la sua fortuna a Roma, così dico che da Corigliano ne escono tanti e ce ne vivono pochi”.
A chi non ama la tua arte cosa diresti?
“Gli direi che è proprio scemo. E noioso. Poi gli darei l’assoluzione e lo manderei nel mondo vero a studiare”. Cosa ti aspetti da questa mostra? Pensi che possa dare una spinta alla tua carriera? “Sono molto speranzoso, il lavoro va mostrato sempre, non si sa mai chi potrebbe arrivare a vederlo”.

 


Commenti   

0 #1 Giuli 2017-08-15 21:15
Bravo, ispirazione contemporanea finalmente parliamo del nostro tempo.
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